ALBA Pochi lo sanno, ma la romana Alba Pompeia era delimitata da una cinta di mura che aveva la forma di un poligono irregolare di otto lati, cinque dei quali sono parzialmente conservati in alcuni punti della città. Conservati, sì. Ma come? Il tratto più importante, duecento metri nei giardini che costeggiando corso Nino Bixio fanno da basamento all'istituto scolastico Vida e agli edifici vicini fino al Cottolengo, versa in una situazione di degrado: muffa e radici regnano sovrane tra un mattone e l'altro, i tubi delle grondaie e di qualche fognatura scendono dal cortile soprastante, buchi e crepe rendono instabile più di una porzione della cinta. «Sembra uno scorcio romantico di metà Ottocento, con le rovine romane assalite dall'edera» dicono i responsabili albesi di Italia Nostra, che hanno lanciato un appello per denunciare l'incuria. Un progetto A dire il vero, un progetto di recupero c'era: ma risale all'inizio degli Anni Novanta, quando la Soprintendenza archeologica stimò una spesa di 600 milioni di lire per rimettere in sesto l'antica cinta. Soldi mai trovati. E dire che il percorso sarebbe di grande suggestione. Il perimetro di difesa della città romana era di 2147 metri e seguiva un disegno ottagonale. In questi giardini si può vedere uno degli spigoli, così come la base di una delle torri di avvistamento che si alzavano a intervalli regolari dalle mura. Altri scampoli di mattoni sono visibili in piazza Monsignor Grassi, vicolo San Biagio, via Cuneo, mentre anche la maestosa sponda del Mermet è costruita sulle mura romane. Mura che certificano l'ingresso di Alba nella storia, quando nell'89 avanti Cristo il console Gneo Pompeo Strabone fece approvare la legge che concedeva ad alcune città alleate di Roma lo «jus Latii», il diritto che permetteva di eleggersi magistrati e sacerdoti propri: Alba onorò il console assumendo il nome di «Pompeia». Tuttavia, se l'intervento sulle porzioni archeologiche pubbliche lascia un poco a desiderare, ci ha pensato qualche privato a dare il giusto risalto alla testimonianza: è il caso della cantina Pio Cesare, che con una ristrutturazione rispettosa ha creato un percorso di fascino tra le sue botti a dimora nel ventre di Alba. Che fare, allora? Da Italia Nostra reclamano un intervento: «Si potrebbe dar vita a un progetto di recupero, per poi creare un percorso lungo tutte le fondazioni». Ma si potrebbe iniziare a rimettere in piedi il malandato cartello che nei giardini della scuola Vida dovrebbe indicare a qualche improbabile visitatore la presenza degli antichi resti.