IL PERSONAGGIO IL MONSIGNORE A CACCIA DARTE "Ho salvato opere dal degrado non ho depredato nulla" La querelle con il Prado per lo Spasimo di Raffaello È la storia di un uomo che ha coltivato un sogno, lo ha realizzato e lo ha condiviso con la comunità. Trentanni ha impiegato padre Giovanni Speciale per allestire il Museo diocesano inaugurato giovedì scorso a Caltanissetta. Dal 1977, oltre diecimila giorni in giro a recuperare cimeli in tutte le chiese di Caltanissetta e provincia. Ha messo insieme con pazienza certosina settecentocinquanta pezzi pregiati che abbracciano gli ultimi sei secoli di arte sacra siciliana - tele storiche, paramenti riccamente decorati, pissidi, crocifissi reliquiari, bambinelli di cera e altri argenti di raffinata lavorazione - che oggi si possono ammirare nel museo ospitato nel seminario arcivescovile, al numero 29 di viale Regina Margherita. Monsignor Giovanni è un uomo minuto, svelto di gambe, occhi vivi di uno che ha messo la curiosità al centro della sua vita, ma i capelli argentati e qualche ruga svelano appieno i suoi 75 anni. È stato sempre malato di arte, fin da quando era un giovane studente in quel seminario che poi dai primi anni Settanta avrebbe diretto per un quarto di secolo. Giovane pretino nella cittadina natia, Sommatino, ex capitale dello zolfo che è stata trascinata nella deriva delle miniere, comincia subito a organizzare mostre, con le scuole pittoriche di Palermo e Catania; nomi pesanti come Pippo Rizzo. Quando dieci anni dopo don Giovanni viene chiamato a fare il padre spirituale ai giovani del seminario di Caltanissetta, le mostre comincia a organizzarle lì. Un anno dedicato allarte sacra e lanno appresso a quella profana. È una semina continua. Poi quando diventa rettore si fa promotore di una grande esposizione su tutte le opere pregiate reperite nella diocesi. Da lì lidea del Museo. Per la verità il primo flash gli è scattato quando si imbatte per caso in una tela arrotolata e gettata in un angolo dietro laltare dellex convento dei Cappuccini diventato ospedale. Monsignor Giovanni la fa restaurare e affiora un San Francesco dipinto nel Settecento da padre Fedele da San Biagio. A questo punto gli incontri con i quadri non sono più casuali ma frutto di una caccia incessante. «Noi non abbiamo spogliato le chiese - dice padre Speciale, oggi direttore del museo - ma recuperato centinaia di opere destinate al degrado. Via via che le chiese andavano chiudendo acquisivamo i dipinti e gli arredi più pregiati. Nel museo non cè un solo pezzo sottratto a una chiesa tuttora aperta. Per largenteria il discorso è diverso. Labbiamo incamerata dalle parrocchie funzionanti, che le vengono a ritirare in occasione delle ricorrenze religiose e poi le riportano di nuovo qui finite le funzioni liturgiche». Tutti gli oggetti più preziosi (arredi, pianete, reliquiari e perfino due Bibbie del Trecento) ma anche un Crocifisso in legno del 1400, provengono dalla chiesa di San Domenico di Caltanissetta, che doveva essere molto ricca, considerata la qualità dellarte ospitata. Le due Bibbie hanno una caratteristica che le rende uniche: non sono state mai completate e i capilettera sono disegnate a matita, nella vana attesa di essere inchiostrate dai miniatori. Sono numerose le opere che meritano di per sé una visita: una pisside rococò, un ostensorio gotico del Cinquecento trovato nella Cattedrale del capoluogo, due reliquiari gemelli dargento - con frammenti ossei di San Pietro e di San Paolo - realizzate, e firmate, nel 1598 dallorafo palermitano Nibilio Gagini, il più affermato del tempo. A lui viene attribuita anche una croce argentea prelevata dal monastero nisseno di Santa Croce. Gli oli catalizzano lattenzione nelle dieci sale del museo. I più belli sono quelli di Guglielmo Borremans - soggetti religiosi e un frammento di affresco del 1672 che raffigura il sacerdote Raffaele Riccobene che si è adoperato per istoriare le pareti della cattedrale in cui è stato recuperato - e decine di tele sulla Madonna e altri Santi dipinte nella seconda metà del Seicento da Vincenzo Roggeri, un pittore locale che il critico Felice DellUtri negli ultimi anni ha contribuito a rivalutare. Il «pezzo» che comunque fa più discutere e che da anni è al centro di un giallo è "Lo Spasimo della Sicilia" firmato R. Urbinas che a molti critici fa pensare a Raffaello Sanzio. Qualche studioso addirittura si spinge molto al di là di una supposizione, arrivando a ipotizzare che il dipinto di Raffaello sullo stesso tema (lincontro tra Gesù e la Madonna sulla via del calvario) ospitato al museo Prado di Madrid sia un rifacimento del grande artista rispetto alloriginale nisseno, una tavola del Cinquecento alta circa un metro e venti centimetri. Voli pindarici probabilmente, ma per non lasciare adito a dubbi la Regione ha finanziato un riesame dellopera ripescata da padre Speciale per accertarne la paternità. «Lanalisi - dice il monsignore - sarà fatto a Roma nei prossimi mesi. Aspetteremo con fiducia lesito. Le ipotesi sono tante, oltre a Raffaello qualche critico pensa a Polidoro da Caravaggio giovane di belle speranze nella bottega del grande genio». Le sete e gli altri tessuti delle pianete e dei paramenti sacri sono di gran pregio. Ce ne sono intrecciati con fili doro, tempestati da migliaia di palline di corallo rosso. Le stoffe, magnificamente arabescate con temi floreali, ma anche farfalle e fantasie sfuse, sono di provenienza francese. Non mancano però quelle tessute e ricamate nei laboratori locali. «È il segno - dice il direttore - da un lato che cera unalta scuola artistica nel territorio e dallaltro lato che il Nisseno era punto di approdo o di passaggi di grandi artisti e grandi artigiani». Sempre da Calascibetta proviene una plachette di smalto di Limoges datata Cinquecento. Ma tante altre tele arrivano dalle chiese di Mussomeli, Santa Caterina Villermosa e di altri centri vicini. «Allinizio - racconta il curatore - eravamo noi a cercare i reperti, ma poi guadagnata la fiducia dei parroci sono state le chiese a cercare noi. E a poco a poco abbiamo messo insieme un patrimonio di cui la Sicilia può andare fiera». Nel museo (nella foto di Lillo Miccichè, ndr) non cè soltanto arte antica: il Novecento, infatti, è degnamente rappresentato, a cominciare dalla collezione privata donata dallo stesso monsignor Speciale. Ci sono opere di Luigi Filocamo, Silvio Consadoni, Giovanni Prini e di altri. Il pezzo più pregiato è "Il malatiello", una scultura di Vincenzo Gemito. «Ci tengo molto a questo volto. Una copia identica dello stesso autore, ma in terracotta, si trova esposta al museo di San Martino di Napoli. Lho acquistato tanti anni fa da un antiquario che mi ha raccontato di averlo avuto dal figlio di un ex ministro a cui il Gemito laveva regalato. Probabilmente il politico non si era reso conto dellimportanza della scultura». Di pari passo al museo si va ingrandendo anche la contigua Biblioteca del seminario che già, sulla spinta sempre di don Giovanni, conta 60 mila volumi. È diventata punto di incontro di studenti e studiosi della Sicilia centro-orientale. Il museo - allestito con la collaborazione di Salvatore Rizzo, Angerlo Bruccheri e Filippo Ciancimino, che hanno curato il catalogo pubblicato nelle edizioni Sciascia - si può visitare, al momento gratuitamente, dal lunedì al venerdì 9,30-12,30 e 16,30-18,30; sabato 9,30-12,30; domenica aperto a comitive per appuntamento (telefoni 0934 23014 e 338 8160 643).
la Repubblica
6 Febbraio 2007
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Caltanissetta. Padre Speciale ha recuperato i capolavori delle chiese per allestire il Museo diocesano di Caltanissetta
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