Gli Editori Riuniti hanno appena ristampato lo splendido saggio scritto nel 68 da Roberto Longhi (uno dei maggiori storici dellarte del novecento) intitolato "Caravaggio". Dopo il tirocinio a Milano, dove lartista di capolavori come Ecce Homo e Martirio di San Sebastiano formò il suo gusto popolare, giunsero le commissioni pubbliche a Roma, e fu lì che la sua passione per la realtà venne malvista dalla città di Sisto V. Questo non gli impedì di incantarsi di fronte alla "magia naturale" e "allaspetto feriale" di oggetti e persone, provocando una sorta di eretica innovazione e rivoluzionando larte sacra con laica semplicità. Attento al mondo sociale, i suoi "soggetti" erano spesso i barboni, e la sua fatica dartista si impegnava in uno studio ossessivo delle luci e delle ombre incidentali. Si dice che fosse fosco daspetto come nel suo modo di dipingere, costantemente teso a catturare la drammaticità dei volti, a fissarne la malinconia, mentre crescevano i suoi contrasti con la società artistica del tempo, gelosa del suo successo a ventisette anni e non a caso il suo carattere "scuro" lo vide protagonista di zuffe dosteria, arresti e pestaggi. Signore delle tenebre, lo definisce Longhi, con quel senso del tragico che ricorre in tanti quadri dove, contravvenendo alle regole del decoro, ritraeva la Madonna "gonfia e con gambe scoperte", caricava dumor nero il suo stile, ricevendo scacchi da rivali invidiosi, e finendo con luccidere un uomo in una rissa. Tra Napoli, Malta e la Sicilia, vive da fuggiasco. E nel luglio 1610 muore a PortErcole di febbre malarica. Chissà se in tasca teneva ancora quel coltello dove aveva fatto incidere la frase: "Nessuna speranza, nessuna rassegnazione"