"Ho setacciato una a una le nostre chiese: cerano autentici capolavori stipati in armadi o cassapanche arrugginite" Un libro del restauratore Boraccesi elenca dal Gargano fino al Salento i lavori realizzati fra il XII e il XVI secolo Ci sono tesori in Puglia che non conoscevamo. Fra cattedrali e conventi, dal Gargano al Salento, sono scampati ai terremoti, alle razzie e alle frequenti rifusioni dei metalli preziosi. Sopravvissuti perfino allincuria e alle vendite illecite, sono sfuggiti alle mani degli ungheresi, dei turchi, dei pirati, e anche a quelle più avide dei soldati di Napoleone, almeno 200 gioielli di oreficeria sacra. La scoperta intreccia labilità degli orafi di nove secoli fa e la pazienza certosina della ricerca effettuata ai giorni nostri. Del patrimonio di oreficeria erano noti soprattutto i numerosi pezzi barocchi, ma poco e niente si conosceva della produzione precedente, quella medievale e rinascimentale, realizzata tra il XII e il XVI secolo. Ce la mostra, per la prima volta, una ricerca appena pubblicata dalleditore foggiano Claudio Grenzi nel volume intitolato Oreficeria sacra in Puglia tra Medioevo e Rinascimento (128 pagine, 36 euro). Lautore, Giovanni Boraccesi, restauratore di opere darte e studioso di argenteria sacra, sembra ancora stupirsi di fronte a quei tesori: «Non avrei mai immaginato di trovare in Puglia una quantità così rilevante di oreficerie medievali e rinascimentali». Sono calici, pissidi, croci, reliquiari, teche, fibule, modelli del Santo sepolcro lavorati a sbalzo, a cesello, a traforo e a fusione. «Rintracciarli è stata in molti casi una vera e propria avventura. Erano stipati negli armadi, nelle cassapanche arrugginite delle sacrestie, nelle vetrine impolverate di qualche sgabuzzino. A volte un calice del Quattrocento troneggiava sullaltare, nella notte di Pasqua, oppure toccava a una croce rinascimentale essere portata in unaffollata processione. Altre volte il piatto per le elemosine del Cinquecento si trovava in sacrestia, utilizzato alloccorrenza per lavarsi le mani. Ci sono voluti due anni, è stato necessario procurarsi autorizzazioni di uffici diocesani e confraternite, per entrare a esaminare i tesori di cattedrali, conventi e chiese grandi e piccole di tutti i 258 comuni delle 19 diocesi della Puglia. È stato indispensabile anche osservare le collezioni private». Il risultato di questo censimento a tappeto è quello che Boraccesi indica come «il primo studio sistematico sulla storia delloreficeria in Puglia». Fra un calice e un reliquiario, una fibula e un cofanetto, si svela per la prima volta una pagina di storia dellarte che non conoscevamo, visto che i pezzi sono per la gran parte inediti. Al tempo dei normanni, degli svevi, degli angioini, degli aragonesi, durante letà delloro del principato di Taranto, fra il 1293 e il 1463, il clima artistico della Puglia era particolarmente vivace e gli scambi commerciali assai fiorenti. Ecco perché ricchezza e devozione si tramutavano spesso in autentici gioielli sacri, fatti di metalli preziosi spesso arricchiti con pietre, smalti, perle, avori, coralli, filigrane, cristalli di rocca e persino microsculture. A volte venivano commissionati per fare un regalo di prestigio, altre volte come ex voto. Poteva anche capitare che un vescovo cambiando sede portasse con sé alcuni dei doni ricevuti nel corso degli anni. Questo movimento di preziosi, facilitato dalla posizione geografica della Puglia e dalla presenza di due fra i santuari più importanti della cristianità (San Nicola a Bari e San Michele Arcangelo a Monte SantAngelo) ha fatto sì che qui si raccogliessero tesori da tutta Italia e da diverse parti del mondo. Si scopre così che a Casamassima nella chiesa della Croce è conservato un oggetto davorio di manifattura afro-portoghese, datato alla fine del Quattrocento e proveniente dalla Sierra Leone. «In Europa è stato portato dai missionari portoghesi - spiega lo studioso - A Casamassima potrebbe essere arrivato al seguito dellebreo portoghese Michele Vaaz, il ricco commerciante di grano che acquistò il feudo di Casamassima nel 1609». La scoperta di Boraccesi è che questoggetto, creduto da sempre una pisside, in realtà è una preziosa saliera. Dunque niente di più pagano: la croce dargento che orna la parte superiore è stata aggiunta negli anni Trenta. A Giovinazzo cè un altro capolavoro: è una stauroteca (conteneva pezzi della croce di Cristo) arrivata nella cattedrale da Venezia, dove fu commissionata alla fine del Trecento dalla famiglia Orsini. Direttamente dalla Dalmazia giunse alla basilica San Nicola, come ex voto, un elegante calice della fine del Cinquecento. Ma in Puglia ci sono pezzi francesi e soprattutto tedeschi (più di trenta piatti per le elemosine) acquistati dalle fiere o portati dal clero. Non è un fatto insolito, se si pensa che la città di Troia, in provincia di Foggia, ebbe un vescovo tedesco dal 1474 al 1480. A un certo punto larte orafa diventò così importante che la Puglia stessa, oltre a ospitare importanti orefici itineranti (si trattava soprattutto di toscani, francesi, napoletani, veneti, dalmati) si riempì di centri di produzione: i principali fiorirono a Barletta, Trani, Bari, Brindisi, Taranto e Lecce. A Lucera lavorò un abilissimo argentiere: il suo nome era Abd al-Aziz. Era saraceno e musulmano. Per semplificare, lo chiamavano tutti Adelagisio.