Il restauro conquista la propria autonomia ed esce dall'orbita della legge quadro sugli appalti pubblici. A breve, per tutti i lavori da eseguire su beni vincolati non varranno più i «paletti» imposti dalla Merloni e applicabili a ogni altro intervento commissionato dalla pubblica amministrazione. Questo è l'effetto del decreto legislativo messo a punto dal ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, e approvato in prima lettura dall'ultimo Consiglio dei ministri. Già oggi il settore gode di alcune deroghe (ad esempio in materia di progettazione, di affidamento a trattativa privata) ma sono per lo più riferite agli interventi sui beni mobili e sugli affreschi. Il decreto Urbani invece estende le deroghe ai lavori sugli immobili vincolati e ne amplia la portata. Tanto per fare un esempio: in questo settore la trattativa privata sarà ammessa fino a 500mila euro (anche se il decreto richiama al rispetto dei principi di «pubblicità, trasparenza e rotazione») contro i 300mila che costituiscono il limite «ordinario». E ancora: il criterio di scelta delle imprese non sarà quello del massimo ribasso, come per ogni altra opera, ma quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa dove il prezzo gioca un ruolo marginale rispetto ad esempio, alla qualità della proposta, anche se più difficile da valutare. L'operazione è stata resa possibile dalla delega per la revisione della normativa contenuta nella legge di riforma dei ministeri (la 1372002). «Il provvedimento - ha detto Urbani - largamente atteso dagli operatori del settore, da un adeguato riconoscimento alle peculiari esigenze conservative dei beni culturali. Non c'è dubbio infatti che il restauro di un'opera artistica crea problemi ben diversi rispetto alla costruzione di un nuovo edificio». E la strada scelta dal Ministero per garantire questa specificità va spesso nel senso opposto alla Merloni. Se per la legge quadro il principio generale è quello della messa in gara di ogni opera, per i beni culturali varrà invece -come spiega la relazione al decreto - la regola della «centralità degli affidamenti diretti». Diverso è anche il sistema di qualificazione che permette alle imprese l'accesso a questi appalti: in attesa di un altro provvedimento che creerà un binario autonomo per il restauro, «anche al fine di consentire la partecipazione delle imprese artigiane» - precisa l'articolo 5 - le stazioni appaltanti potranno richiedere requisiti aggiuntivi rispetto agli attuali. In particolare, chi vorrà partecipare alle gare dovrà dimostrare di aver eseguito lavori nel settore specifico cui si riferisce l'intervento e non potrà avvalersi di quelli portati in dote dal proprio direttore tecnico. Grande spazio, infine, viene conquistato dai restauratori e dai funzionari tecnici del Ministero. Ogni progetto di intervento dovrà essere accompagnato da una scheda tecnica firmata da loro. Ma, soprattutto, queste figure saranno abilitate a svolgere prestazioni finora riservate agli ingegneri o architetti. Il decreto apre loro la strada della progettazione, direzione lavori e del supporto al responsabile del procedimento fatta salva la necessità di abilitazione se prevista dalla legge. Dopo il primo giro di boa il Dlgs dovrà ora passare il vaglio delle Camere e della Conferenza unificata.
Il restauro esce dall'orbita dalla legge sugli appalti
Il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, ha approvato un decreto legislativo che estende le deroghe al restauro dei beni culturali. Il provvedimento estende le deroghe ai lavori sugli immobili vincolati e ne amplia la portata. Le trattative private saranno ammesse fino a 500mila euro, contro i 300mila del limite ordinario. Il criterio di scelta delle imprese non sarà più quello del massimo ribasso, ma dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Il decreto largamente atteso dagli operatori del settore, garantisce una specificità alle peculiari esigenze conservative dei beni culturali. Il sistema di qualificazione per le imprese sarà diverso, con requisiti aggiuntivi per partecipare alle gare.
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