Il vice presidente della Fondazione dell'Ateneo insiste sulla compresenza irrisolta tra Uno e Molteplice «Ma quanto silenzio sull'Università» Presentando il suo ampio progetto sulla riorganizzazione delle istituzioni culturali mantovane, Salvatore Settis ha colto, quanto meno sul piano della diagnosi, nel segno. Ha cioè individuato una contraddizione forte e radicata nel tempo, tra "un tasso altissimo di attaccamento alla propria città" della popolazione mantovana e la proliferazione di istituzioni e associazioni culturali - con la presenza talora, occorre aggiungere, di medesime persone in più enti - per lo più gelose della propria identità, autonomia, funzione, e dunque scarsamente intercomunicanti. La contraddizione sta nella compresenza irrisolta tra l'Uno (l'identità collettiva) e il Molteplice (gli orti conclusi delle entità culturali). La terapia proposta è, e non poteva non essere, quella di un "coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali presenti a Mantova", suddiviso, propone lo studioso, in quattro fasi a cui preporre "un organismo (che) prenda la forma della Fondazione". Non entro - né mi spetta entrare - nei dettagli di una simile operazione e non voglio nemmeno tentare di prevedere quella che può essere definita la "percentuale di fattibilità" di una terapia che porterebbe indubbiamente, se liberata dai lacci dei diversi particolarismi, ad una situazione più scorrevole e coordinata di progettazione culturale, di "risparmio energetico" ed economico, di uso più razionale delle risorse umane quale solo una città piccola e coesa, almeno per l'attaccamento" di cui parla Settis, potrebbe porsi come obbiettivo. Ciò che può destare qualche perplessità è, da un lato, l'impressione che su questo progetto gravi l'idea che la storia di Mantova è tutta schiacciata sui 4 secoli dei Gonzaga - di cui ricorre quest'anno il terzo centenario della fine ingloriosa - e che da lì non si possa uscire (salvo qualche puntata d'obbligo sui Martiri di Belfiore). Si deve gestire un illustre passato nel migliore dei modi: restauri, libri, mostre, celebrazioni, riorganizzazione dei musei. Dall'altro, il silenzio del Progetto sull'Università sembra reduplicare la tiepida accoglienza che ancora caratterizza questa realtà da parte dei mantovani, e dunque non pone a fuoco pienamente la "diversità" di ruoli e funzioni che è propria di un'istituzione aperta, per sua natura, ad ogni stimolo culturale, essendo essa stessa produttrice di cultura: Universitas studio-rum, appunto. In generale, è il "moderno" che non appare sufficientemente valorizzato nel Progetto, inteso sia come ricerca di significato nel presente di uno straordinario giacimento culturale (che non basta rappresentare e riproporre in modo statico), sia come lettura e funzione di ciò che la modernità e il postmoderno rappresentano nei più diversi settori dell'arte, della scienza, dell'urbanistica (compresa Strada Cipata) e della cultura in generale. Insomma un progetto moderno si bilancia, con tutti i suoi rischi, tra passato e futuro. Mantova ha avuto tre intellettuali, tutti prematuramente scomparsi, che avevano colto il nodo del problema: Gino Baratta, Francesco Bartoli, Umberto Artioli. Attualmente appaiono rare le tracce della loro eredità nell'insieme degli intellettuali mantovani contemporanei. La cultura a Mantova (e certo anche altrove) non può non giocare il difficile ruolo del Giano bifronte con un volto che osserva, studia, custodisce il passato, con l'altro volto è disponibile a proiettarlo, e a proiettarsi, verso un futuro dalle coordinate incerte, ma ineludibili. E, per chiudere, può essere utile ricordare, scendendo dalla stratosfera e coinvolgendo la classe politica per scelte moderne, che l'attenzione alla modernità è finalizzata, in ultima analisi, alla qualità della vita: significa dunque rendersi pure conto -un esempio fra tanti - che, autostrada a parte, la tradizionale e più importante via di comunicazione con il sud di una città che punta ad essere più "agibile", non può continuare in eterno ad essere bloccata da un arcaico passaggio a livello. vicepresidente della Fondazione Università