Etica e cultura. Capolavori rubati, corruzione e un contenzioso con l'Italia che chiede la restituzione di opere trafugate illegalmente II nuovo manager, James Wood, deve restituire prestigio alla celebre galleria d'arte. Non sarà facile DAL NOSTRO INVIATO A NEW YORK Tra qualche giorno, il 15 febbraio, James Wood, uno dei più stimati manager dell'arte degli Stati Uniti, arriverà a Los Angeles per prendere le redini del Paul Getty Trust, la fondazione nata negli anni '70 per gestire il patrimonio che il ricchissimo petroliere aveva deciso di destinare ad attività culturali. La Getty oggi è celebre soprattutto per un sistema di musei il cui vecchio soprannome - la Disneyland dell'antica Roma - rischia di essere soppiantato da definizioni ben peggiori: l'articolo col quale il vicepremier (e ministro della Cultura) italiano Francesco Rutelli ha chiesto qualche giorno fa al museo californiano di restituire tutte le opere acquistate illecitamente, è stato intitolato dal «Wall Street Journal», il quotidiano che l'ha pubblicato, «La galleria canaglia». Il 2006 è stato l'anno nero della ricchissima (e un tempo prestigiosissima) istituzione culturale Usa (un patrimonio di circa sette miliardi di dollari ne fa la terza fondazione più ricca d'America, la prima in campo artistico). A febbraio il direttore del Trust, Barry Munite, è stato costretto a dare le dimissioni dopo che le indagini compiute dal Fisco e dalla stessa fondazione avevano evidenziato una lunga serie di abusi, a cominciare dall'utilizzo dei fondi di beneficenza esentasse del Trust per comprarsi una Porsche, fare vacanze extralusso con la moglie e concedere ricche prebende ad amici ed amiche. Ad agosto anche il presidente del Trust, John Biggs, un finanziere di New York che si era fatto la fama di saggio amministratore negli anni in cui aveva presieduto il grande fondo pensionistico pubblico TIAA-CREF, ha dovuto dare le dimissioni: il consiglio d'amministrazione da lui guidato è stato infatti accusato di non aver fatto nulla per garantire la sana gestione e la trasparenza del Trust. Poco dopo Bill Lockyer, l'Attorney General della California (praticamente il procuratore capo dello Stato) ha deciso, con una mossa senza precedenti, di mettere sotto tutela la celebre istituzione museale: la magistratura, ottenute le dimissioni dei principali responsabili, ha rinunciato a processare Munitz, ma ha deciso che per un paio d'anni alcuni controller statali affiancheranno i manager della cultura per assicurarsi che la gestione amministrativa del Getty torni su binari corretti. Ma le lotte di potere e lo stile disinvolto nella gestione del patrimonio lasciato dall'eccentrico miliardario americano, appaiono quasi problemi minori davanti allo scandalo dei massicci acquisti di opere d'arte rubate. Acquisti che sono andati avanti per decenni e che erano stati denunciati più volte in passato, ma è nel 2006 che le responsabilità del Getty sono emerse in tutte la loro gravità: il museo ha deciso di restituire decine di opere d'arte all'Italia e alla Grecia, mentre Marion True, l'esperta che ha gestito gli acquisti dalla fine degli anni '80, è stata brutalmente scaricata dal museo che l'anno scorso l'ha costretta a dare le dimissioni. Ora la True è sotto processo in Italia ed è stata addirittura arrestata e rilasciata sotto cauzione in Grecia. Opere contese o rubate? Nonostante questo panorama di devastazioni, Michael Brand, un coriaceo australiano che dirige il museo Getty (cioè il sistema espositivo, che ha una gestione separata dal Trust che lo finanzia) da quando la precedente direttrice se ne andò via per dissensi con Munitz, ha sì, deciso di restituire molte opere, ma tiene duro sulle due più significative -un bronzo attribuito al Lisippo ripescato nel 1964 al largo di Fano e la Venere di Morgantina, che si ritiene provenga da uno scavo nella località siciliana - sostenendo che per quelle opere la provenienza illecita non è totalmente provata. Né il pressing del governo italiano né i processi sono fin qui bastati a fargli cambiare posizione. Eppure un'inchiesta del «Los Angeles Times» ha dimostrato la provenienza illecita di almeno una delle due opere e, soprattutto, ha fatto emergere che al momento degli acquisti, negli anni '80, il museo era stato avvertito che si stava mettendo nei guai. La stessa Marion True, vistasi «scaricata» dal Getty, ha scritto un'amara e durissima lettera aperta al Getty Trust, accusando l'istituzione di essere sempre stata consapevole dei rischi connessi agli acquisiti che la curatrice era stata, comunque, sempre autorizzata a perfezionare. Una storia di illegalità che è andata avanti per decenni e che si spiega col fatto che per molto tempo i reati compiuti dai cosiddetti «tombaroli» in Italia sono stati considerati peccati «veniali», nonostante la durezza delle pene previste da una legge che risale al ventennio fascista. Quanto al versante americano di questa brutta storia, ha pesato negativamente soprattutto la vaghezza della missione affidata dall'enigmatico petroliere al museo creato col suo patrimonio. J. Paul Getty, un personaggio eccentrico, maniaco della segretezza, morì nel '76 senza aver mai visitato nemmeno una volta la Getty Villa, perfetta replica di una residenza romana (la Villa dei Papiri di Ercolano) ricostruita sulle colline di Malibu, davanti all'Oceano Pacifico, che venne inaugurata nel '74. Non solo Getty non si recò mai nella villa, ma non tornò mai più negli Stati Uniti che aveva lasciato all'inizio degli anni '50 (viveva a Londra circondato da 25 cani lupo e aveva paura di volare). Non avendo mai dato indicazioni precise sull'utilizzo del patrimonio che aveva destinato alla promozione dell'arte, Getty finì per lasciare mano libera agli amministratori del Trust. Nuova gestione Dopo decenni di anarchia ora tocca a Wood cercare di ridare prestigio all'istituzione e disegnare un percorso culturale coerente per il museo costruito a Los Angeles, oltre che per la villa che, dopo un restauro durato quasi dieci anni, è stata riaperta al pubblico un anno fa. Wood, il figlio di un banchiere di Boston, è il terzo direttore generale che prende in mano il trust, ma è il primo che ha un'esperienza specifica nella gestione del patrimonio artistico (Munitz era un professore universitario), visto che, dopo aver rilanciato i musei di Buffalo e St Louis, è stato per moltissimi anni il direttore dell'Alt Institute di Chicago. Quando arrivò, nel '79, James Wood trovò un'istituzione fatiscente; ora lascia uno dei più straordinari e prestigiosi musei d'America. E, a 65 anni, si imbarca per un'altra avventura. Tutti sperano che al Getty riesca a fare un altro miracolo. Non sarà facile, non solo perché a Los Angeles la situazione è stata lasciata marcire per decenni, ma anche perché il capo del Trust non ha poteri diretti nella gestione del museo. E' per questo che, nonostante l'arrivo di un super-manager con la missione esplicita di fare pulizia, riformando radicalmente il processo di selezione delle opere da acquistare, Michael Brand ha invitato i suoi interlocutori dei musei italiani e greci a non farsi illusioni: in futuro non ci saranno più «incauti acquisti» e il museo restituirà decine di opere d'arte, ma non quelle principali reclamate dai due governi (nel caso del bronzo di Lisippo Brand sostiene che il rinvenimento è avvenuto fuori dalle acque territoriali italiane e che la statua proveniva dalla Grecia, quando finì in fondo al mare in seguito ad un naufragio). Prima del suo insediamento Wood, un sobrio intellettuale del New England, ha evitato di fare grandi annunci, ma una cosa l'ha detta, sia pure sommessamente: il Getty, sotto la sua guida deve riconquistare un indirizzo preciso e la sua integrità. L'ex capo dell'Art Institute arriva da Chicago con la fama di personaggio con un'etica scrupolosa, ma anche con l'esperienza di chi è stato un pioniere nella sperimentazione nell'uso di Internet per indagare sulla provenienza dei pezzi «sospetti».