Gillo Dorfles - Il critico. Apprezzo l'allestimento che lo studio BBPR fece al Castello, ma il loro intervento va adeguato alla moderna museologia. Emilio Tadini - L'artista. La Pietà Rondanini non è un'opera destinata ad altro spazio che non sia il proprio. Quella nicchia non ha alcun senso. Carlo Bertelli - L'ex-soprintendente. La Pietà è un problema marginale rispetto agli altri del museo. Occorre uno studio più generale dei problemi museografici dell'intero Castello. Rossana Boscaglia - La storica dell'arte. La soluzione ideata negli anni Cinquanta mantiene l'opera nella sua intimità. E l'allestimento stesso è un'opera d'arte. «È come se la Pietà Rondanini fosse sepolta in una cripta, ora non la vediamo davvero, al Castello c'è quel muro concavo che ti impedisce di guardarla di fianco, dietro, di girarle intorno e godere del non finito di Michelangelo..». Arnaldo Pomodoro ha compiuto 76 anni ma bisogna vederlo mentre dirige in maniche di camicia gli aiuti e s'agita come un ragazzo attorno al modello della sua nuova opera, una fontana che s'avvolge a spirale per più di sei metri, «no, quell'elemento è troppo a punta, ecco smorziamolo così, ma non metterlo parallelo, eh, vedi che così va meglio?». Lo studio del maestro è una posteria del Quattrocento lungo il Naviglio leonardesco, ai muri si vedono gli anelli dove s'attaccavano i cavalli normanni che tiravano le chiatte, le sale sono colme di opere, «vede quella?, è piena di errori, di vibrazioni, sennò viene una cosa da tecnigrafo, da computer. Perché la disintegrazione dell'atomo ha cambiato tutto, si va oltre la geometria euclidea... ». La percezione dello spazio è decisiva, così l'occhio del grande artista si distoglie dalla propria scultura e torna a considerare il capolavoro di Michelangelo, il maestro ne ricorda ogni dettaglio, «ho parlato con altri amici scultori, ci appelliamo al ministro Giuliano Urbani perché la cripta non diventi permanente, alla disperata chiediamo che almeno si butti giù quel muro». Negli occhi chiari del maestro s'avverte un'urgenza, «ho parlato con Eliseo Mattiaci, Giuseppe Spagnulo, Nunzio, Mimmo Paladino, Gianfranco Pardi, una quantità di altri amici scultori, e sono tutti d'accordo con me, bisogna intervenire prima che sia troppo tardi, aveva ragione Emilio Tadini!» Il fatto è che l'allestimento dello studio di architettura BBPR potrebbe essere vincolato dal ministero per i Beni culturali, c'è una richiesta degli eredi e di alcuni architetti, «e a quel punto la sistemazione della Pietà sarebbe definitiva, la cripta diverrebbe assolutamente intoccabile». Non che Arnaldo Pomodoro consideri brutto l'allestimento che gli architetti Belgiojoso, Banfi, Peressutti e Rogers crearono nel Castello Sforzesco, «anzi, è bellissimo, quando fu presentato negli anni Cinquanta ricordo che lo accogliemmo tutti con favore, in Italia e all'estero, e mi va bene che sia tutelato, altroché». Il problema è solo lo spazio di Michelangelo, la Sala degli Scarlioni alla fine del museo, «già allora la sistemazione della scultura fu l'unico motivo di critica, in tutto l'allestimento la sala della Pietà è l'unica che abbia subito un intervento violento, negli altri spazi è delicato, silenzioso, rispettoso della architetture del Castello Sforzesco, qui invece hanno cancellato la volta per mettere un soffitto di legno, abbassato il livello del pavimento, come se si fossero trovati impacciati davanti alla scultura... E poi ci vogliono delle frecce, per raggiungerla. Entri nella sala e non si vede...». Per vederla tocca andare in fondo e scendere, «una cosa che non ha senso, un'enfasi mutile, senza contare che pure nelle chiese al massimo si sale, solo le cripte stanno sottoterra». Il maestro alza le spalle, «in ogni caso c'è poco da conservare, al posto dei gradini hanno messo giustamente lo scivolo per i disabili, lo spazio pensato dallo studio BBPR è già stato intaccato». E poi la questione decisiva resta la nicchia. «Quel muro di pietra serena impedisce la visione, impone un punto di vista. Ma la scultura va goduta nella sua totalità, devi poterla guardare tutt'intorno: ricordo una bella conferenza di Bruno Contardi, che era un grande studioso di Michelangelo e faceva notare come dietro la Pietà ci fosse una parte lucida...». E perché? «Perché Michelangelo aveva usato una colonna! E si dedicava a quella scultura quando aveva del tempo libero, non c'era stata nessuna commissione, a quanto pare vi stava lavorando ancora otto giorni prima della morte». È questo che ne fa un'opera unica, «è il suo ultimo capolavoro, la scultura più bella, devi guardarla anche di fianco e dietro ed è allora che vedi le parti non finite, il braccio spezzato, le tracce di una ricerca tormentata e continua per togliere il superfluo e far diventare la materia viva, sofferente, si sente il dolore di questa madre cui sfugge il peso del Figlio...». Come scriveva Emilio Tadini, insomma, è come «un testo aperto, disperatamente aperto» cui non si possono imporre prospettive o interpretazioni. Per rimediare una soluzione sarebbe già pronta, considera Arnaldo Pomodoro: il famoso progetto che il Comune, dopo un concorso di idee, affidò all'architetto portoghese Alvaro Siza «e fu poi bloccato da Vittorio Sgarbi, quand'era al ministero» Ma il progetto e ancora lì «e andrebbe ripreso, Siza è un grande architetto e per la Pietà ha pensato ad una soluzione molto interessante perché discreta: la scultura sola al centro della Sala delle Asse, senza pavimenti abbassati, e un grande piano che la sorregge, non puoi toccarla ma vederla da ogni lato sì». L'essenziale, alla fine, è questo, il maestro sospira, «nella modernità di concepisce la scultura come un "prendere" una parte di spazio, non l'inverso. Se almeno tirassero giù quel muro...».