TOKIO Nell'ascoltare la premessa, Massimo D'Alema sembrava uno che ha fatto centro. «Nutro profonda gratitudine per ciò che lei ha appena detto. Sulla questione nucleare della Corea del Nord ha mostrato solidarietà verso di noi», lo ha ringraziato suadente il signore giapponese di una certa età, intervenuto come un giornalista qualunque verso la fine di un incontro con il ministro degli Esteri italiano nel «Japan press club» di Tokio, un circolo della stampa con sottofondo di musica placidamente soporifera, iscritti giovani e soci anziani quasi usciti da un film sull'Oriente di inizio secolo scorso. Dopo la prima pausa per la traduzione, però, si è capito che da quel signore era in arrivo una requisitoria. «Lei parlava di ingegnosità degli italiani... Non so se conosce il santuario di Yasukuni nel quale riposano le anime di 350 mila nostri soldati morti nel secondo conflitto mondiale, una zona sacra», ha continuato l'anziano signore citando un sacrario di Tokio che ricorda, tra i caduti, anche alcuni criminali di guerra. A quel punto, è stato chiaro: l'uomo che si rivolgeva a D'Alema era il nemico numero uno della vernice rossa che ricopre l'Istituto italiano di cultura, opera dell'architetto Gae Aulenti terminata nel 2005 e combattuta da una parte del vicinato. «Un palazzo dal colore grottesco, in quella zona. Nel mio, a causa dei riflessi, anche la carta bianca si colora di rosso. Ne subiamo danni fisici», ha accusato il signore al microfono. Non era uno qualunque. Era Tsuneo Watanabe, oltre 80 anni, il presidente del gruppo dello Yomiuri Shimbun, quotidiano da 14 milioni di copie. Giovedì, nel visitare l'Istituto e nel dare mandato al direttore Umberto Donati di «difendere il rosso, mi aspettavo un pugno nell'occhio e invece è splendido», D'Alema aveva indicato a esempio di opposto della bellezza proprio lo stabile giallognolo di Watanabe: «Vogliamo mettere quegli acciai bruniti?». Watanabe ha messo. «Io parlo di un rosso che rischia di rovinare le relazioni tra Italia e Giappone», ha sostenuto l'editore in lotta. Poi, orientalmente cortese: «Ministro, lei ha visto quel palazzo? Che ne pensa?». D'Alema ha reagito in modo tipicamente dalemiano. E' ingenuo credere che la tinta dell'Istituto gli piaccia perché da ragazzo cantava «Bandiera rossa». Nella dichiarata ammirazione per Gae Aulenti c'è semmai il D'Alema della barca a vela, degli sforzi compiuti dagli anni '90 per riconvertire in versione classe-dirigente-moderna la propria immagine accantonando, senza abiure, quella di funzionario di partito tanto abile quanto incolore. Così, ieri, il ministro è ricorso a una soluzione alla vicentina. Prima il D'Alema di società ha risposto: «Mio parere personale è che il palazzo è molto bello. Sono un ammiratore di Gae Aulenti, ed è stato sviluppato nel rispetto delle leggi». Poi, non volendo grane tra Italia e Giappone, il D'Alema politico ha aggiunto: «Esaminiamo con serietà il rilievo mosso da alcuni abitanti. Ma da noi il governo non può decidere su questo, esistono norme sul diritto di autore. Un palazzo firmato da un grande architetto è come un quadro: il governo non può cambiarne i colori. Serve una soluzione concordata con l'autrice...». Con Gae Aulenti un po' nella parte del Comune di Vicenza, che, secondo il governo, è la fonte del permesso di allargare la base americana.