Racconta Pier Giovanni Guzzo che dieci anni fa venne rivolto un invito alla comunità scientifica mondiale per avviare una proficua collaborazione in quello che ancora oggi a ragione può dirsi il laboratorio Pompei. Risposero in venti, più o meno, e ora più di cinquanta studiosi, ricercatori, archeologi provenienti da 12 paesi (dal Giappone agli Stati Uniti, dall'Inghilterra alla Francia, dalla Spagna alla Svezia) si confrontano a cinque anni di distanza dall'ultima riunione plenaria nella Sala del Mappamondo di Palazzo Venezia a Roma per il convegno organizzato dalla Soprintendenza archeologica di Pompei sul tema «Nuove ricerche archeologiche nell'area vesuviana - scavi 2003-2006». Insomma, lo stato dell'arte a Pompei. Fino a domani il confronto e l'illustrazione delle scoperte maturate in questo periodo, le ipotesi di lavoro per il futuro, l'individuazione dei problemi con cui fare i conti. Tecniche di scavo e risultati scientifici, metodologie di lavoro e nuove stratigrafie, «mirate a conoscere in maniera più dettagliata la storia edilizia e decorativa delgli edifici della città consegnata dal Vesuvio», dice Maria Paola Guidobaldi, che ha curato l'organizzazione scientifica del convegno. Il primo interrogativo scientifico: a che punto sono le scoperte di Pompei pre-romana? Una città nata molto probabilmente alla fine del VII secolo a.C., quando le popolazioni dei villaggi della Valle del Sarno giunsero fino alla foce del fiume, nell'attuale Pompei, per il controllo delle navi che trasportavano prodotti dell'agricoltura. Oggi si conosce meglio quell'insediamento, valutato intorno ai 66 ettari. Nel V secolo a.C., dagli Appennini discesero quindi le tribù sannitiche, cambiando e di fatto disegnando l'area pompeiana come vera e propria città a schema urbano, altamente frequentata. «Possiamo dire che la Pompei romana è solo la pelle della città. La sua struttura invece è stata, fino al primo secolo a.C., la prima e unica realtà urbana sannitica. - dice il soprintendente Guzzo - Siamo solo anelli di una catena, e cerchiamo di mettere insieme quanti più elementi possibili». Tra i lavori presentati ieri mattina, l'inventario informatico a cura dell'università Cà Foscari di Venezia; un archivio che ha riguardato i materiali contenuti in 400 casse, 112 depositi, oltre a moltissimi documenti cartacei. In tutto, più di 77mila reperti. Ma non sono mancate le polemiche, come quella che ha destato la scoperta di Emmanuele Curti, dell'Università di Matera, il quale sostiene la presenza di un porto commerciale fluviale datato duemila anni fa proprio sotto il tempio di Venere. Pare invece incontrovertibile la ricostruzione di un complesso sacro, del III secolo a.C., sotto lo stesso tempio di Venere Fisica, dedicato a una divinità sannitica legata al culto dell'acqua. A chi appartiene la bella testina in terracotta, originariamente ricoperta d'oro, restituita un anno e mezzo fa dalle strutture arcaiche? A Herentas? A Mefitis? Certo a lei furono sacrificati animali, almeno fino al 130-120 a.C.. Tra gli interventi previsti oggi, quelli relativi alle scoperte relative agli edifici che raccontano gli albori di Pompei, realizzate grazie all'equipe dell'Orientale di Napoli coordinata da Fabrizio Pesando. Uno in particolare, la casa del Centauro, custodisce ancora un prezioso mosaico, segno che l'età d'oro di Pompei fu il II secolo a.C., ancor prima che la città entrasse nel raggio d'azione dei romani. È intanto in attivo il bilancio della Pompei romana. Gli introiti del 2006 si attestano intorno ai venti milioni di euro, e i visitatori sono aumentati del 7 per cento. Resta, dice, in paziente attesa il soprintendente Guzzo: aspetta le risposte che il ministro Rutelli gli ha promesso il 13 dicembre, dopo la sua lettera di dimissione presentata il 4 dicembre scorso. Dimissioni da soprintendente di Pompei, della Calabria o da tutte e due le cariche? «Da impiegato dello Stato», risponde.