Quattro euro incassati in una giornata grazie alla visita di due turisti provenienti dall'Alaska. Questo è il ricavato tipo di una giornata di lavoro al museo archeologico di Locri, che assomiglia a un saloon del far west o, se preferite, a un ufficietto amministrativo periferico. Eppure, si tratta di una delle più importanti aree archeologiche d'Italia, che ha alimentato gli allestimenti del più noto e frequentato museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, dove i biglietti costano il doppio (4 euro) ed i visitatori non si fanno desiderare troppo (anche per apprezzare i mitici Bronzi di Riace). Benvenuti nel capoluogo della Locride, dove l'assenza di industrie e servizi potrebbe suggerire di sfruttare i distretti culturali. Invece la presenza dell'imponente area archeologica di "Locri Epizefìri", proprio di fronte alle sfumature cobalto-turchesi del mar Jonio, non suggerisce nulla di tutto questo alle amministrazioni locali, né al governo centrale dei beni culturali che continuano a trattare il patrimonio culturale come un problema di competenze separate. Risultato? Scarsi ricavi e insoddisfazione dei turisti, che dopo la visita al museo (a proposito: dove sono le insegne?), non possono nemmeno dissetarsi. Nel museo non c'è un bar (la "società Laruffa" gestisce solo la minuscola libreria e la vendita dei biglietti), né nel raggio di chilometri. Alberghi e ristoranti sono chiusi e spesso gruppi di turisti trovano la porta del museo sbarrata per mancanza di personale. Antonino Morabito, rappresentante di Legambiente Calabria, denuncia l'incapacità della Soprintendenza di svolgere un «ruolo efficace sia nella promozione che nella tutela, anche considerando le ville costruite nel cuore del parco archeologico di Capo Colòn, a Crotone».