«Non siamo al capolinea come Venezia, ma poco ci manca». Parola del professor Antonio Paolucci, sovrintendente speciale di uno dei poli museale più importanti del mondo, ma anche fiorentino preoccupato per il destino della sua città. La preoccupazione è per una Firenze che assomiglia sempre più ad un guscio vuoto, trasformata ormai in una disneyland del Rinascimento, dove turisti frettolosi e distratti si accontentano di una pizza alla Medici e di un gelato alla Ponte Vecchio. E la città si è ormai pianificata e strutturata su questa tabella di marcia: ospitare, dar da mangiare, mettere in fila ai musei, vendere souvenir e rispedire via milioni di turisti ogni anno, dopo aver spillato loro più soldi possibile. «Il risultato è una città che vive sulla monocultura del turismo - sottolinea il professor Paolucci - e questo è un guaio, specialmente per Firenze che ha sempre avuto una diffusa diversificazione del tessuto economico. Adesso le uniche cose che contano sono il turismo e la moda. Sta succedendo qui quello che è già successo a Venezia, che ha mio avviso non ha più la forza di tornare indietro. Mentre noi direi che siamo al limite, possiamo ancora invertire la marcia». All'avanzare della monocultura del turismo ha corrisposto nel corso dei decenni la perdita delle attività direttamente legate alla cultura. Ad esempio delle case editrici e delle librerie. Sono di fatto sparite la storica «Le Monnier» inglobata dalla Mondadori, così come non è certo più un punto di riferimento culturale italiano la «Nuova Italia» di Gentile. Stessa sorte è toccata alla «Sansoni», mentre la «Vallecchi» del sor'Attilio tenta da qualche anno con fatica di risalire la china. Ha chiuso la libreria Seeber e la promessa di una sua prossima riapertura è poco consolatoria rispetto a un panorama che in ogni caso si va impoverendo ogni giorno di più. «Del resto è successo lo stesso anche all'industria che conta e che dava prestigio alla città, oltre che reddito - continua Paolucci -, basti pensare alla "Galileo", oppure alla Nuova Pignone. Insomma, assistiamo a una deindustrializzazione diffusa che non porta a nulla di buono. I primi segnali di questa nostra debolezza legata alla monocultura li abbiamo già visti con la guerra in Iraq e la Sars, che ha fatto precipitare il turismo internazionale, mettendo in crisi l'intero sistema economico fiorentino». Ecco allora il richiamo a una riflessione corale, per ripensare e correggere alcuni fenomeni involutivi che impoveriscono ogni giorno di più la città. «Io credo che gran parte dei problemi di Firenze nascano dallo svuotamento graduale, progressivo e inesorabile del centro storico da parte dei residenti - sostiene il sovrintendente -. Nelle strade e nelle piazze della città antica ci sono ormai solo negozi di moda e ristoranti per stranieri. E il venir meno dei residenti significa anche il venir meno del controllo del territorio. Io credo che si dovrebbe ripartire da qui, col far tornare i fiorentini a vivere ed abitare il loro centro».