LINCHIESTA Il paradiso dei tombaroli si trova a 25 chilometri a NordEst di Gela, nei pressi di Mazzarino. Si chiama Monte Bubbonia, ed è una delle più vaste aree archeologiche della Sicilia. Una montagna abitata dalla prima Età del bronzo al periodo ellenistico, dove i Sicani eressero la città di Maktorion narrata da Erodoto. Oggi è a totale disposizione dei ladri darte, che lhanno saccheggiata in lungo e in largo. La riportò alla luce, tra il 1904 e il 1906, larcheologo Paolo Orsi, che in due campagne di scavo sottrasse al furto centinaia di reperti oggi custoditi nei musei di Gela e Caltanissetta. Ma sotto la terra cera molto di più dei due edifici e delle 35 sepolture della necropoli scoperta da Orsi. Statuette, armi, arredi, gioielli, monete, crateri, vasi, oggetti di ceramica: una manna per i cercatori di tombe, che approfittando del disinteresse mostrato verso il sito - le campagne di scavo promosse dalla Regione ripresero per brevi periodi nel 1955, nel 1987 e nel 1998 - nel frattempo lo hanno depredato. «È uno scempio senza pari che noi denunciamo da anni», accusa Nuccio Mulè, preside di scuola superiore e presidente dellArcheoclub di Gela. «La montagna è stata distrutta dai ladri - racconta Mulè - gli scavi abusivi sono centinaia, si rischia persino di finirci dentro. E tutto è accaduto e accade sotto gli occhi di tutti. Le nostre denunce alla Soprintendenza sono rimaste lettera morta, come la nostra proposta di vigilare gratuitamente sul sito». Ma Monte Bubbonia è solo una delle miniere a cielo aperto in cui furti e saccheggi sono allordine del giorno. O meglio, della notte: perché è soprattutto nel buio che i tombaroli colpiscono, anche con lausilio di mezzi sempre più sofisticati. Come metal detector utili per trovare monete, armi e suppellettili, o sonar capaci di rivelare le cavità nascoste nel sottosuolo, come i sepolcri inviolati che nascondono ricchi corredi funebri. Ci sono andati anche con le ruspe, e non è successo nulla. Tanto, nel peggiore dei casi, la «condanna» che i tombaroli rischiano è una denuncia a piede libero. Già, perché è vero che da un lato la Sicilia offre alle scorrerie la maggior parte delle 490 aree tutelate da vincoli archeologici: solo un decimo sono quelle custodite giorno e notte, che per la loro importanza sono state acquisite al patrimonio regionale. Il risultato è che nel solo 2006 i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale della Sicilia hanno recuperato qualcosa come 3.917 beni archeologici sottratti illegalmente dai siti siciliani, hanno denunciato 46 persone e segnalato alla magistratura 29 scavi abusivi. Ben poca cosa, purtroppo. Ma dallaltro lato la legislazione italiana non punisce chi sottrae questi beni. E per i tombaroli professionisti e i mercanti darte e dantiquariato senza scrupoli si tratta sempre di un affare conveniente, anche nel caso in cui i manovali vengano «pizzicati». «È il gatto che si morde la coda - spiega Adele Mormino, soprintendente ai Beni culturali di Palermo - perché i tombaroli, una volta, fuori tornano alla carica. In Sicilia cè una rete di professionisti, si sa chi scava e dove. Ma il rapporto tra costi della prevenzione e benefici è troppo elevato. Ci vuole una legislazione più severa». «È vero, i predatori al massimo rischiano la denuncia - ammette il capitano Giuseppe Marseglia, che comanda il Nucleo tutela patrimonio culturale della Sicilia - ne sia prova che per ottenere il risultato delloperazione "Ghelas" abbiamo dovuto lavorare tre anni per ricostruire la rete della ricettazione, e fare in modo che reggesse anche il reato di associazione per delinquere». Del resto, difficile che la seconda regione italiana per ricchezza di resti archeologici sfuggisse alle maglie del traffico locale e internazionale di reperti: in Sicilia sono ben 71 i parchi e i resti allaperto censiti, tre in meno del Lazio, il doppio della Campania. Una vera cuccagna. Ma già la vigilanza "h 24" nei siti demaniali è un problema, per la carenza di personale: due terzi dei custodi sono finiti negli uffici con incarichi diversi, complice una norma contenuta nellultimo contratto di lavoro regionale, che cancella la figura dellagente custode e guardia notturna e la «promuove» a istruttore di livello C4. In tutto, dei 989 assunti, quelli rimasti in servizio nei siti sono circa 350. Per metterci una pezza la Regione ha prima assunto altri 783 lsu a tempo determinato, e poi coniato gli «operai affiancatori», i 687 dipendenti della Beni culturali spa, che prima si chiamava Arte e Vita: anche loro ex lsu, che con un complesso sistema di turni vigilano insieme con i custodi, che sono gli unici autorizzati per norma costituzionale a sorvegliare i beni culturali. Ecco perché gli uffici della Regione sono costretti a far cadere nel nulla le proposte di collaborazione del volontariato, come quella dellArcheoclub di Gela e di altre associazioni che vorrebbero rendersi utili nella salvaguardia del territorio. A vigilare sulle aree scoperte, così, sono solo i carabinieri e le forze dellordine. Che dovrebbero raccordarsi tutte con il Nucleo di tutela del patrimonio culturale, la struttura che possiede le banche dati, gli elenchi delle opere che mancano allappello, le mappe del territorio, il personale specializzato. Quello che si chiama know-how. Ma ai carabinieri del Nucleo spetta anche il compito di tenere sotto controllo il commercio clandestino di opere darte e dantiquariato, di perseguire i furti nelle chiese e nei musei, tutto ciò che si muove intorno alla rete milionaria del traffico darte. Per lintero territorio regionale sono tredici. Un numero che suona quasi come una beffa.