Il futuro è nelle mostre in esclusiva per il privato che investe. Niente più arte di massa. La nuova liturgia sarà regolata dalla sola libido imprenditoriale Trentesimo anniversario del Centre Pompidou... e anche per gli incalliti frequentatori del gambling museale e dei casinò artistici contemporanei, la costruzione di uno scenario differente che, a dir poco, non era immaginabile. Chiusura al pubblico e spazio a una inaugurazione politica, munirsi di carton d'invitation e documento d'identità. Controcampo: gli artisti investono da decine di anni in lavanderie in disuso di ospedali, non meno che in relitti del post-fordismo. In cambio, propongono attività artistiche e l'animazione di questi luoghi (da consegnare poi al mercato immobiliare) e «il fantasma» di un reciproco gioco, tipico delle pratiche salesiane del contemporaneo. Queste man's land che non assomigliano ai musei. Sembra allora assurdo l'inesorabile piano sequenza dell'attualità artistica. Ingombro di trentennali del Centro George Pompidou, vendita in franchising agli emiri del Louvre con relative polemiche e i favolosi dati di crescita delle aste di arte moderna e contemporanea senza possibilità di crisi congiunturali. Perdita di identità dei musei, se si immischiano nel trafficoprestito di opere? Cecità del pubblico che paga visibilità e accesso, e pensa che sia preferibile alla morte per asfissia dell'arte? Si proceda allora alla delocalizzazione periodica? Se si finge indifferenza al fattore economico, si imboccherà la via del cambio di identità: il museo, in fondo, è uno specchio della società che lo costruisce e dunque è condannato alla sola funzione di entertainment. Ecco allora che migliaia di palloncini vengono lanciati sulla piazza del Beaubourg. Un omaggio alle domeniche di Yves Klein, un simpatico gesto dopolavoristico, collegato ad una sua retrospettiva ma è ugualmente grave che il compito di dematerializzare l'arte passi dall'artista al museo. Forse si celebra il rapporto Levy del governo francese nel quale si stima al 4 la crescita delle entrate derivate dalla gestione delle economie immateriali. Ciò conforta e magari autorizza ad estendere il franchising Louvre. Anche se i maligni dicono che viene fatto solo per accontentare gli Emirati che firmano un contratto per l'acquisto di 30 airbus. Un gesto dadaista, con l'opposizione di tanti conservatori non autorizzati a pensare che i musei esistano solo farsi fotografare davanti a Veneri di Milo e Amori e Psiche. In teoria, questi esistono anche per studenti, ricercatori e quanti altri forse lavorano alla definizione del «patrimonio culturale dell'umanità» (anche per statuto!). Intanto, la stessa semplicità abbraccia i sogni di espansione cinesi e passa per l'appendere una gigantografia dei Buddha di Bamiyan alle strutture metalliche del Pompidou. Guai a chiedere il cash-flow di decisioni «immateriali». Si crea un'agenzia di transazioni in un paese in cui i musei funzionano e non certo per occuparsi dell'Ordine Simbolico. Magari si riorganizzano collezioni in modo cinematografico. Strano vuoto, insomma. L'unico brusìo di fondo è l'assenza degli artisti, che pure non considerano neutro e virgineo il contenitore-museo. Sanno che ha la stessa resa al metro quadrato del supermercato e come tale andrà diretto e fruito. C'è da temere che, alla fine di questo spossante travelling lacaniano, potrebbero ritrovare non il cadavere dell'arte ma il proprio, ricomposto sul letto di un qualsiasi «hotel de la gloria», scambiato per «patrimonio culturale dell'umanità». Basta che porti denaro e si perdonerà tutto, ricordando come si sono «mediamente» formate, vendute e scambiate le grandi collezioni o imposte le linee direttrici dei patrimoni dell'umanità. Non occorrerà neppure ammazzare i chiari di luna: i musei ne sono pieni e soprattutto hanno strategie di sviluppo. Ospiteranno l'ennesima retrospettiva, chiudendo le porte al pubblico dell'arte ma aprendole in esclusiva per sottolineare l'importante ruolo del privato, che si sta mettendo in proprio. Quell'arte - a cui occorsero sforzi enormi per divenire di massa - è in mobilità permanente, dentro nuove cattedrali di cui liturgia e consumo sono regolati dalla sola libido imprenditoriale. Scacco matto.