Dall'alba della città a contenitore d'arte e di eventi: duemila anni di testimonianze Fu porta romana, rocca medievale, residenza di regine, sede del Senato risorgimentale Le magnificenze di Palazzo Madama hanno colpito anche il ministro Francesco Rutelli La «Casa dei secoli»: così Guido Gozzano chiamava «Palazzo Madama», cuore di Torino, testimone nelle sue vestigia di duemila mila anni di storia. Fu porta romana, poi rocca medievale, residenza di regine, Senato del Piemonte risorgimentale e ora scrigno dei suoi tesori. Non c'è altro luogo in città che sovrapponga in sé pari storia urbana. Parla di glorie sovrane, ma anche di cronache minime, che datano dalla fondazione della dimora. A cinquanta passi dal suo ingresso, quasi dirimpetto all'Armeria Reale, arse la pira squadrata che, verso il 25 dopo Cristo, celebrò il rito di fondazione delle mura urbane. I resti del sacrificio propiziatorio sono ora conservati al Museo di Antichità. Mentre dove oggi s'erge il monumento al soldato Sardo gli archeologi trovarono i resti di una piccola cittadella. Puntava le sue armi su contrada Doragrossa, l'odierna via Garibaldi. Ammoniva l'ordine pubblico di una città che alla fine del Trecento non era ancora salda nelle mani del potere sabaudo. A quel tempo, nella primavera del 1394, nelle carceri del Castello, languiva Tommaso III di Saluzzo, prigioniero dei principi Savoia-Acaja. La sua detenzione doveva indurre il padre, Federico II, a sottomettersi ai Savoia. Tommaso trascorse le ore in cella a scrivere quello che fu il primo «best-seller» internazionale nato a Torino: «Le Chevalier Errant». L'opera, in prosa e versi, con il pretesto di raccontare teneri amori e cavalieri avventurosi, insegnava ai giovani le regole per vivere saggi. Divenne famosa in tutta l'Europa. Fino al primo Rinascimento fu lettura della più scelta gioventù. In seguito s'ingentilì anche il Castello. Ludovico d'Acaja, fra il 1402 e il 1418, lo trasformò in residenza, senza però abbassare la guardia. Torri e mura continuarono a presidiare la strada che volgeva verso il Po. Alla porta vigilava un corpo di guardia che, alla fine del Cinquecento, era comandato da Monsu Cesare Permetto. Ci ha lasciato la cronaca di quei giorni in un manoscritto miniato conservato alla Biblioteca Reale. Racconta la sua devozione ad Emanuele Filiberto e poi all'erede Carlo Emanuele I. Ma soprattutto rende testimonianza della sua civetteria. Offre un vera passerella dell'alta moda maschile dell'epoca, con splendide tavole che ritraggono l'autore nelle sue tenute militari, dove armi e pennacchi si fondono in sfoggi di vanità. E' un segno di tempi che mutano. In breve il Castello diverrà Reggia. Qui Cristina di Francia, sorella di Luigi XIII, futura prima «Madama Reale», si affacciò per ammirare il carosello equestre che nel 1619 festeggiò le sue nozze con Vittorio Amedeo I di Savoia. La magnificenza di quel giorno è ancora palese nel quadro che dipinse allora Antonio Tempesta. Compose un dettagliato «reportage» pittorico, conservato alla Galleria Sabauda. Ma fu Maria Giovanna di Nemours, la seconda «Madama Reale», colei che denominò il Palazzo. Rimasta vedova del battagliero Duca Carlo Emanuele II, fu ferrea madre dell'altrettanto rigoroso Re Vittorio Amedeo II di Savoia, colui che liberò Torino dall'assedio francese del 1706. Era donna raffinata quanto determinata. Nel 1675 scelse come residenza il palazzo, perché non fosse detto che contendeva quello Reale al figlio, che pure intendeva dominare. Affidò l'antica dimora degli Acaja all'estro di Filippo Juvarra, che la riplasmò come oggi la ammiriamo. Di Maria Giovanna la storia ricorda la sete di potere. Ma fu anche tenera nonna. Fra le gonne della sua corte femminile trovò rifugio «Carlin», il futuro Carlo Emanuele III. Quando era bimbo, con le gote gonfie di parotite, fu messo in quarantena a Palazzo Madama per non insidiare con il contagio la virilità del padre. Sono infinite le storie che evoca questa antica casa. Vide dinanzi a sé i roghi che arsero i martiri valdesi, ma anche la fugace apparizione dell'albero della libertà giacobina. Conobbe i generali napoleonici che la volevano abbattere e i senatori sabaudi che ne fecero un luogo simbolo del Risorgimento. Fu sempre casa di tutti. A fine Ottocento le si accostò il «Ciabòt» di Giandoja. Fu persino pietosa gogna-rifugio degli ubriachi senza casa, raccolti ogni notte nel suo «Crottone», perché d'inverno non morissero uccisi dal gelo. Ora, dopo quasi venti anni di restauri, ha riaperto le porte. Le hanno già varcate 53 mila visitatori. Scoprono tesori accolti in un allestimento ideato per suscitare dalle opere esposte il «loro potere di meraviglia». La visita prende avvio dal fossato. Qui ecco il lapidario medievale, con opere di scultura e oreficeria dall'epoca longobarda al Duecento. S'incontrano quindi il grande coro di Staffarda e il prezioso cofano del Cardinale Guala Bicchieri, trapunto di smalti lemosini medievali. Seguono dipinti di Jaquerio. Il Rinascimento è evocato dalle opere di Spanzotti e Macrino d'Alba. Attenti poi alla «Torre dei Tesori». Conserva il ritratto di gentiluomo di Antonello da Messina, le miniature di Jan Van Eyck e il Trittico degli Embriachi. Il piano nobile si ripropone come la camera delle meraviglie dei Duchi di Savoia. Le loro collezioni sono accolte negli appartamenti che ospitarono le Madame Reali. Chi sale fino al sottotetto trova collezioni di porcellane e ceramiche, con testimonianze di tutte le manifatture europee. Si prosegue nella «sala tessuti», con ricami, paramenti, velluti, pizzi e merletti dal Rinascimento al Seicento. Mentre la «sala Vetri e avori» aggiunge smalti, oreficerie, bronzetti e vetri soffiati. Chi ha ancora qualche energia non rinunci a scalare la torre panoramica. Da qui gli Acaja dominavano Torino.