Il celebre museo si «globalizza» con partnership Usa e contratti per la vendita del «marchio» agli Emirati arabi. Il modello è quello del Guggenheim. Opere in affitto, progetti di espansione e molte polemiche. Gli intellettuali si mobilitano Contro l'accordo con Abu Dhabi è partita una petizione. Ma la direttrice dei Musei di Francia, Francine Mariani-Ducray, è convinta che le opere «debbano circolare nel mondo» Parigi La mondializzazione investe in pieno i musei. Beaubourg festeggia i trent'anni, varando un progetto di insediamento di una filiale a Shanghai, seconda città cinese. Il Musée Rodin ha venduto il nome e l'expertise alla città di São Salvador in Brasile, dove verranno fatte delle nuove statue a partire dai calchi esistenti. Il Louvre da ottobre ha una partnership con l'High Museum di Atlanta a cui presterà quest'anno 142 opere, tra cui il Ritratto di Baldassar Castiglione di Raffaello. Delle filiali sono già nate nella stessa Francia: il Louvre a Lens, nell'ex bacino minerario e Beaubourg a Metz, dove aprirà un'antenna nel 2008. Ma la polemica è esplosa riguardo a un progetto faraonico che riguarda il Louvre: il governo francese sarebbe sul punto di firmare un accordo con l'emirato di Abu Dhabi per la creazione di un museo derivato da quello parigino, un po' sul modello, ma rivisto e corretto, di quello che fa il Guggenheim di New York, il «modello» di esportazione del settore. Una petizione che denuncia questo contratto mercantile ha già raccolto più di 1600 firme, tra cui numerosi conservatori di musei e storici dell'arte. Per Françoise Cachin, ex direttrice dei Musei di Francia e ora portavoce del fronte del no, «se gli emirati vigliono aprire un museo con l'assistenza della Francia, benissimo. Ma perché dobbiamo affittare loro le nostre collezioni? Non c'è bisogno di correre dietro i soldi in modo disonorevole. C'è una linea etica che non deve essere oltrepassata: le opere possono venire prestate, ma non affittate». Il progetto del «Louvre di Abu Dhabi» è molto conveniente in termini economici e gira attorno ai 750 milioni di euro, esclusa la costruzione dell'edificio (che dovrebbe essere progettato, secondo le voci che circolano, da Jean Nouvel). Il governo francese, su pressione del presidente del Louvre, Henri Loyrette, ha cercato di mettere dei paletti per evitare la deriva commerciale voluta dagli Emirati, che volevano comprare la «marca» Louvre come hanno comprato la marca «Guggenheim». I francesi hanno imposto un protocollo più decente: concepiranno e forniranno l'expertise scientifica, artistica e museale, per la creazione di un museo universale (e non una serie di musei a tema, come chiedevano gli Emirati). Consiglieranno in materia di acquisizioni (Abu Dhabi ha stanziato 1,5 miliardi di euro), formeranno il personale. E, punto dolente, la Francia (ma non solo il Louvre) presterà temporaneamente delle opere, tra le 400 e le 500 l'anno. Il Louvre si impegna inoltre a fornire, chiavi in mano, una serie di mostre temporanee per una decina di anni. «Dovremmo essere fieri della presenza del Louvre a livello internazionale - afferma l'ex ministro della cultura, Jack Lang -. Il Louvre a Atlanta è un riconoscimento del nostro savoir faire con gli Stati uniti. Stessa cosa per Abu Dhabi». Per la direttrice dei Musei di Francia, Francine Mariani-Ducray, «le nostre opere d'arte devono circolare nel mondo». Secondo il ministro della cultura, Renaud Donnedieu de Vabres, «nel campo dei musei, la Francia ha una reale expertise» e, nel caso di Abu Dhabi, «la posta in gioco è estetica e scientifica, ma anche economica e diplomatica». Per i detrattori, il problema non sono tanto le collaborazioni all'estero, ma il progetto di Abu Dhabi: difatti, il «Louvre» locale sarà insediato in una nuova zona di turismo di lusso, sull'isola di Saadiyat, oggi riserva naturale in parte destinata a soccombere sotto il cemento di grandi alberghi e commerci glamour. Ma per il governo, i milioni di euro degli Emirati sono una manna, e l'insediamento di una filiale di una istituzione prestigiosa una carta di scambio per evitare reazioni nervose al ritardo nella consegna degli aerei A380, prenotati dalle linee Emirates. Con gli Emirati, del resto, esistono già altri «scambi» di carattere culturale: l'anno scorso, senza suscitare polemiche, la Sorbonne ha firmato un contratto per insediare una filiale dell'università di Parigi-IV, con corsi di francese, letteratura, storia, geografia, storia dell'arte, tenuti da professori parigini, per ricchi studenti locali che otterranno dei diplomi «francesi». I presidenti del Louvre e di Beaubourg, Henri Loyrette e Bruno Racine, difendono l'idea di esportare i musei, affermando che queste istituzioni, per non morire, devono partecipare al movimento del mondo. Addirittura, il Consiglio internazionale dei musei, un'organizzazione che raggruppa 21mila membri di 146 paesi del mondo e che detta le « buone pratiche » del settore, difende l'idea di «patrimonio universale» delle opere dei musei, quindi propugna l'esportazione delle opere. «La polemica sulla creazione di una filiale del Louvre a Abu Dhabi e, in precedenza, quella dei musei Guggenheim in franchising, nasconde la questione fondamentale: la proprietà delle opere d'arte. Questa questione sta evolvendo. Domani, potremmo vedere le opere non come appartenenti ai musei o agli stati, ma all'umanità intera e sarà alla luce di questo che bsiognerà considerare la circolazione delle opere». Il 5 febbraio prossimo, ci sarà un convegno su questo tema all'Unesco.