Sul patrimonio culturale che tutto il mondo ci invidia imperversa la polemica. Ultimi, in ordine di tempo a scendere in campo (vedi "La Repubblica" del 4 dicembre) due nomi noti: il Ministro Giuliano Urbani e lo storico dell'arte Salvatore Settis. L'un contro l'altro armati di argomenti inconciliabili.Il contezioso riguardando la legge istitutiva della "Patrimonio SpA", l'ente a cui si consentirebbe - con quali margini di discrezionalità non é chiaro - la vendita o (secondo i pessimisti) la messa in liquidazione, a beneficio di privati, di una quota di ciò che si definiscono i Beni Culturali e Ambientali. Ovviamente, si renderebbe necessario un inventario di ciò che é da "dismettere" e di ciò che é da considerare "inalienabile". Urbani, che é angosciato dalla disoccupazione giovanile, affiderebbe il compito della catagalazione a giovani studenti che vi potrebbero impegnare i ritagli di tempo. Settis, invece, che fra l'altro dirige la Normale di Pisa (e dunque non é del tutto sprovveduto) ribatte che per fare quell'operazione occorre un'alta professionalità. Nessuno dei due fa cenno al fatto che in Italia esistono alcuni corsi di laurea in Beni Culturali con varie denominazioni. Forse che tanto il Ministro, quanto il professor Settis nutrano dubbi sulla validità di quei corsi? Mi piacerebbe sapere la loro opinione. Io posso dire quello so per esperienza diretta, e asserisco che si tratta di corsi di laurea tra i più abborracciati che l'Università abbia mai partorito. Ce ne sono, per stare nella nostra Regione, a Parma, a Ravenna (sede staccata di Bologna) e, dall'anno scorso, a Modena. In tutti e tre i casi si é in presenza di progetti avventati e avventurosi, varati con pochi lumi di ragione; e si sa che "il sonno della ragione genera mostri". Nella fattispecie laureati dal profilo talmente generico e indefinito da votarli, ab initio, alla disoccupazione. Forse Urbani non ha tutti i torti. Se Berlusconi propone di impiegare 1800 operai della FIAT di Termini Imerese come infermieri, Urbani, che é suo ministro, perché non può usare uno studente qualunque,con qualche buco nell'orario di studio, e già disoccupato, per decidere in quale catalogo mettere il "Davide" di Michelangelo? In quello delle opere inalienabili o di quelle trasferibili nel parco privato di qualche villa dell'hinterland milanese? Giovanni Ivan Tocci è ordinario di Storia Moderna