La «pasionaria» della tutela ambientale, il presidente del Fai (Fondo per l'ambiente italiano) Giulia Maria Crespi, vorrebbe non commentare né il disegno di legge che individua strumenti per «migliorare la qualità architettonica» approvato dal Consiglio dei ministri né i richiami «alla bellezza» del presidente della Regione Formigoni. Ma sono i suoi argomenti e qualcosa trapela. «Il decreto non lo conosco, ma m'impressiona la proposta di abbattere il carcere di San Vittore, che è inadeguato come struttura penitenziale, ma è una costruzione architettonica di qualità». Piuttosto il Fai è preoccupato per il nuovo «Codice per i Beni culturali e paesaggistici» che attende la firma del ministro entro fine del mese. «Se entrasse in vigore, una gran parte del patrimonio italiano potrebbe perdere la protezione goduta dal 1939. L'ultima bozza del Codice sottolinea che i beni soggetti a tutela saranno da stabilirsi con singoli decreti, uno per ogni bene! Per tutti quelli privi di un tempestivo decreto si aprirebbe un futuro incerto. Ma noi dobbiamo salvare non solo il singolo bene, ma tutto il tessuto storico e ambientale che fa bella l'Italia» Per questo il Fai, con le associazioni Assotecnici, Bianchi Bandinelli, Comitato per la Bellezza, Italia Nostra e Wwf, lancia la proposta di «aprire un tavolo di confronto sul Codice». Perché il problema sta nell'efficienza delle Soprintendenze. «Per poter valutare un bene, le Soprintendenze devono essere messe in grado di lavorare, avere personale, fondi. Invece, talvolta, non possiedono nemmeno un fax funzionante! E non parliamo della nascita dei cosiddetti poli museali, a capo dei quali vogliono si vuole ora mettere dei manager senza conoscenze di Storia dell'arte». Giusto il contrario, dunque, di quanto ha auspicato Formigoni dicendo che la pubblica amministrazione deve farsi carico «della bellezza». «E' un'impresa lodevole quella proposta da Formigoni, che proponemmo noi del Fai a Perugia quattro anni fa. Ma l'educazione al bello implica tempo e preparazione. E da noi s'insegna pochissima storia dell'arte già nelle scuole». In compenso, per la Crespi, crescono disagio urbano e ambientale. «Va bene la legge sulla qualità architettonica, ma intanto gli architetti dovrebbero imparare a non fare monumenti a loro stessi ma a declinare i loro interventi nel contesto; e poi bisogna finanziare in Lombardia piani per la difesa delle architetture rurali, ormai sopraffatte dai capannoni industriali. Giusto anche recuperare le aree industriali, ma sulla Bicocca e gli Arcimboldi non mi pronuncio». Il Polo esterno della Fiera sottrae nuovo spazio alla campagna, «ma è una esigenza per favorire il commercio e va accettata». Quello che non è accettabile, invece, è che la regione vicina, il Piemonte, abbia approvato una disneyland sotto la Sierra di Ivrea. «Certo che, se sul vecchio polo della Fiera che si libera costruiamo grattacieli, portiamo in città nuove automobili. E siccome lo smog e l'inquinamento ambientale è la grande emergenza di Milano, non dobbiamo assolutamente percorre questa strada. Ci vuole un piano di grande rigore per l'ambiente urbano, senza paura che eventuali divieti portino a una perdita di voti agli amministratori». Per quanto riguarda i musei, la strada che sta battendo Milano di «inaugurare case-museo, come fa il National-trust e come fa il Fai, è da perseguire». E dopo casa Jean e la fondazione Pini, sarà prossima l'apertura di villa Necchi. Sulla polemica tra pura conservazione dei monumenti e ripristino, la presidente del Fai si schiera, con sfumature, sulla seconda posizione. «Non sono contraria a mettere una pezza mimetica se crolla un frammento di edificio, l'importanza è cogliere un insieme armonico. Esiste una tutela del documento storico, ma anche una necessità estetica». E quindi, quale destino suggerisce per la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale? «Beh, io le completerei Un rudere così non ha senso».