Zaha Hadid è molto contenta e ha voluto ringraziare il ministro Rutelli con una lettera. Ha capito che finalmente la "sua creatura" vedrà la luce e, nonostante le difficoltà che l'hanno accompagnata, potrà essere ultimata». Pio Baldi, responsabile della Darc, la Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanea del ministero dei Beni e delle Attività Culturali, non riesce a dissimulare il proprio entusiasmo e il comprensibile sollievo di chi vede allontanarsi un incubo: quello dell' insostenibile disponibilità dei fondi per la realizzazione del Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo e, probabilmente, l'opera architettonica più importante della Roma a cavallo di due millenni. La situazione, infatti, si è sbloccata. La svolta definitiva è rappresentata dai cinquanta milioni di euro stanziati dalla Finanziaria (tabella 14 della Gazzetta Ufficiale del 29 dicembre scorso, con tanto di competenza e autorizzazione di cassa) che si sommano ai 23,7 milioni già previsti da un emendamento al decreto legge collegato alla Finanziaria stessa (tre tranches divise nel triennio 2006-2007-2 008). Il ministro Francesco Rutelli ha mantenuto l'impegno preso un paio di mesi fa quando aveva annunciato l'arrivo di un maxifinanziamento (senza specificarne, però, l'entità) e la conclusione dei lavori nel 2008. Racconta Baldi, riassumendo le tappe di questa vicenda che ha visto coinvolti ben cinque ministri (Veltroni, Melandri, Urbani, Buttiglione e, infine. Rutelli: «Tutto è cominciato nel '98. Il Maxxi fu un'idea di Veltroni, allora ministro dei beni culturali e vice premier, proprio come oggi lo è Rutelli. Fu indetto un concorso internazionale che vide la partecipazione di 250 architetti-star, da Jean Nouvel a Nonnan Foster e lo vinse Zaha Hadid che era già considerata un grande architetto ma era poco conosciuta in Italia. Aveva la fama di progettare cose molto difficili da costruire, piaceva soprattutto ai critici e ai giovani. Ma noi abbiamo sempre creduto in lei. 11 finanziamento stanziato all'inizio era di 110 miliardi di vecchie lire (circa 55-58 milioni di euro), certo non sufficienti per un'opera come questa». Sicuramente insufficienti. Ma, tenendo conto che finora sono stati spesi circa 30 milioni di euro, come si spiega il lentissimo andamento a singhiozzo dei lavori? «Si spiega con il fatto che dei 110 miliardi di lire stanziati inizialmente ne abbiamo avuti soltanto 10. Quando siamo partiti, il Maxxi è stato definanziato per i provvedimenti restrittivi decisi dal governo Berlusconi. Insomma, abbiamo cominciato i lavori con cinque milioni di euro». Strada facendo, però, i costi sono incredibilmente aumentati. Perché? «Sono aumentati per due motivi. Intanto, la lentezza dei lavori. Un cantiere come quello, anche se sta fermo, comporta una spesa di 200 mila euro al mese: i conti si fanno presto... Il secondo motivo è più tecnico perché dal 2001 Roma è stata classificata zona sismica, seppure di terza categoria, la più bassa, costringendoci a un adeguamento alle nuove norme. Una struttura molto audace progettata in zona non sismica è stata riprogettata in zona sismica e così i costi sono schizzati alle stelle». Adesso però... « Rutelli ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Non è stato uno scherzo trovare 75 milioni di euro, 50 dalla Finanziaria. Lui lo aveva promesso. Disse che si impegnava a risolvere tre grossi problemi a Roma: il Maxxi, Palazzo Barberi-ni e la Domus Aurea. Ha mantenuto la parola». Palazzo Barberini e la Domus Aurea rappresentano la storia di Roma; il Maxxi e il futuro: cosa può significare il museo per la città? «Il Maxxi entrerà nel club dei grandi musei internazionali di arte contemporanea. Sarà la nostra Tate Modern, il nostro Reina Sofia, Guggenheim di Bilbao, Beaubourg. Insom-ma, il museo italiano della contemporaneità, portatore all'estero del dinamismo, dell'innovazione dell'Italia. L'innovazione oggi si affida molto all'architettura, al design e all'arte contemporanea per dare l'immagine di un paese nel mondo. Non solo in campo estetico ma anche per le sue conseguenze economiche. Il Maxxi non avrà la funzione di essere uno scrigno delle cose eccellenti della contemporaneità. Deve andare oltre». In che senso? «Deve essere una fabbrica di cultura, di bellezza, un luogo di sperimentazione. Inoltre, in un mondo in cui si rischia di essere coinvolti in uno scontro di culture, l'arte contemporanea può e deve avere la funzione di fare da ponte, di instaurare un dialogo tra le culture. Con il suo linguaggio iconico può superare le barriere, essere catalizzatrice di pace e comprensione. Gli americani non sono diventati la superpotenza che sono soltanto con la forza militare ed economica ma con la cultura: pensiamo al cinema, alla musica, all'arte e all'influenza che hanno avuto su tutti noi...». Sarà possibile rilanciare il ruolo che Roma ha avuto negli anni 60 e 70 sulla scena dell'arte contemporanea? «Roma, capitale mondiale dell'arte antica e classica, aveva bisogno di una sede forte -oltre al Macro e alla Gnam -per l'arte contemporanea. Il Maxxi ci libererà da una condizione di isolamento rispetto ad altri paesi portando qui artisti, galleristi come Gagosian, collezionisti... Se pensiamo a quel che sta succedendo con l'architettura contemporanea, finalmente protagonista anche a Roma, bisogna intensificare ogni sforzo in questa direzione». Il rapporto con la città avrà altri effetti? «Zaha Hadid ha capito subito che il Maxxi deve dialogare intensamente con la città. Roma non avrà solo un museo ma una piazza pedonale in cui si potrà andare al ristorante, fare shopping, incontrarsi anche senza entrare al museo... Una piazza delle arti in un quartiere che non ha piazze. Più che un museo, il Maxxi sarà un cuore nuovo».