Da molto tempo penso che sia meglio un bravo giudice che una buona legge. E non soltanto con riferimento alla giustizia, ai vani tentativi di correggere ciò che è deviato nella mente degli uomini, ma in tutti i campi della esistenza. Un buon insegnante vale la riforma della scuola. Un buon medico la riforma della Sanità. Insomma mancano le teste, non i testi di legge. Così, c'è qualche motivo di preoccupazione anche per il nuovo disegno di legge sulla qualità architettonica che incita a demolire (il brutto) per ricostruire (il bello). Difficile stabilire con quali criteri, con quali regole, se è vero che a Bologna, in nome della qualità architettonica e con l'approvazione del soprintendente e degli ispettori del Ministero (gli stessi che avranno voce in capitolo sulle ricostruzioni), in prossimità di Piazza Maggiore, a cento metri dal Nettuno di Giambologna, si sono materializzate due gocce di vetro totalmente estranee al contesto urbano, per segnalare un sottopassaggio recuperato alla città come centro di informazioni sulle «magnifiche sorti e progressive» della amministrazione. Un'insensatezza giustificata dalla provvisorietà: la struttura dovrebbe essere smontata fra due anni. In quel caso non si è demolito ma si è aggiunto e, si spera, si demolirà. Ma altri errori sono stati compiuti proprio in nome della qualità architettonica. Uno dei casi più emblematici è proprio quello, bandiera di ogni battaglia in difesa del patrimonio artistico e monumentale, dell'incredibile abbattimento della teca dell'Ara Pacis a Roma (architettura del 1938 di Ballio Morpurgo), giudicata brutta e inadeguata, in nome della «qualità» rappresentata dal progetto dell'architetto americano Meier, un orrido scatolone voluto da un sindaco ambizioso come quelli che saranno sollecitati da questa legge e dagli incentivi che promette. Ne abbiamo subito una minacciosa conseguenza: il primo esempio, infatti, di bruttura da abbattere, che viene in mente al ministro Urbani, è il carcere di San Vittore, a Milano, importante testimonianza di architettura radiale che non può essere considerata brutta solo per la sua destinazione, soprattutto se paragonata ai nuovi modelli di architetture carcerarie. Abbattiamo San Vittore. E poi? Le buone intenzioni devono essere accompagnate dalla conoscenza per evitare le velleità dei grandi architetti pronti a distruggere anche quel poco che resta, favoriti da una legge come questa. Con questa prospettiva, è meglio lasciare le cose come sono iniziando a preoccuparsi piuttosto che della inalienabilità, argomento dominante nelle polemiche sulla legge «Patrimonio S.p.A.», della intangibilità dei beni storico-artistici-monumentali, manomessi in ogni modo. Mentre infatti non ho sentito preoccupazioni o riserve sulla proposta di legge sopra illustrata, leggo ancora su Repubblica: «E allarme per il codice di Urbani» del solitamente ben informato, e composto anche nell'indignazione, Francesco Erbani, e mi accorgo che nella generale preoccupazione per le sorti del patrimonio artistico italiano, forse la più grave fra le inadempienze del governo Berlusconi, si attribuisce grande importanza al tema dell'inalienabilità del bene, prima ancora che della sua tutela. È vero che le ambigue garanzie definite dalla Commissione presieduta da Gaetano Trotta, ricalcando la formula dell'antica notifica o vincolo «di interesse... particolarmente importante», non rassicurano sui rischi corsi da ciò che è «particolare» senza essere ritenuto «importante» o da ciò che è «importante» senza essere ritenuto «particolare», e cioè l'unica irripetibile trama della civiltà artistica italiana, in tutte le sue espressioni, che dovrebbe essere intangibile per dogma, non per decreto, e tutelata, soprattutto se non vincolata, per la sua delicatezza, per la sua fragilità, e che invece è spesso affidata alle mani inesperte di sedicenti restauratori; basti vedere le ristrutturazioni di edifici nei centri storici, appena varcata la soglia di portali su facciate generalmente devastate con intonaci che cancellano per sempre le tracce del tempo e della vita vissuta di un edificio. Architetti, designer, decoratori di interni si incaricano di disinfettare il resto, come se la vetustà e i sapori di un luogo fossero la peste. Ogni giorno le ristrutturazioni rovinano per sempre luoghi che il tempo aveva resi sacri. E, ben più della inalienabilità, non si è ancora trovato, e nessuna commissione ha elaborato, un comune sentimento della intangibilità che rende i monumenti documenti della storia. Gli interventi di De Carlo a Urbino o ai Benedettini di Catania, di Isozaki agli Uffizi, di Meier all'Ara Pacis, di Gregotti a Brera sono radicali testimonianze che cancellano la memoria, nella presunzione di lasciare un segno che annulli il palinsesto, in nome del prodigio del nuovo. Non si spiega altrimenti il gravissimo intervento su beni incontestabilmente inalienabili come la Villa Comunale di Napoli o l'Ara Pacis a Roma, Non negli anni della speculazione selvaggia, ma alla fine degli anni Novanta, se non addirittura nel nuovo millennio, si è proceduto senza pietà a distruggere la teca di Morpurgo - di proprietà pubblica - per lasciare spazio al ridicolo scatolone di Meier. E questo nel centro di Roma con tutti i crismi di Soprintendenti comunali e statali, con sindaci e ministri consenzienti. In odio al fascismo, o semplicemente in odio al passato, vedremo un giorno abbattuto il Palazzo della Civiltà italiana all'Eur, per lasciare spazio a una strabiliante invenzione di Frank O'Gehry.