Il Professor Antonio Paolucci è soprintendente ai musei di Firenze. Cosa comporta la sua attività? «A volte mi sento come un direttore d'albergo, come se dovessi governare un flusso di 5 milioni di persone, tanti sono i turisti che ogni anno visitano gli Uffizi, l'Accademia, il Giardino di Boboli, la Galleria Palatina, San Marco... Io vengo giudicato se il "turistificio" lavora bene. In realtà sono uno storico dell'arte e vorrei occuparmi di più di filologia, di restauro e di problemi della didattica museale. Negli anni '30 c'erano 30 mila visitatori per gli Uffizi, oggi un milione e mezzo. Ma le capacità dei visitatori, le loro conoscenze non sono aumentate, il numero non fa la cultura». Però lei è anche arbitro nella vicenda del Davide e del suo restauro. «Non è un restauro. E' un mito-restauro. Per un mito non valgono più le ragioni tecniche, ma le polemiche emozionali. Queste opere d'arte, come la Monna Lisa o i Girasoli di Van Gogh fanno scattare pulsioni di massa». Ma si è deciso di farlo questo restauro? «Sì, in pieno accordo con il ministro Urbani: è poco più di una spolveratura. E' importante l'indagine diagnostica globale fatta in dieci anni rivolgendoci a sei istituti universitari, all'Opificio, al Cnr. Oggi noi sappiamo tutto del Davide. Però questo non sembra emozionare il grande pubblico. Il fatto che un mortale tocchi il "totem" emoziona molto di più». Le polemiche riguardano anche l'uscita posteriore degli Uffizi disegnata dall'architetto giapponese Isozachi? «Si tratta di autorizzare o meno questo progetto. Se nel 1938 si fosse fatto un referendum, la stazione ferroviaria di Michelacci a Firenze non sarebbe mai stata costruita. La contemporaneità ha sempre delle difficoltà. Oggi si parla molto di grandi Uffizi». Qual è la novità? «L'idea nasce nel 1945, ne parlò per la prima volta Carlo Ludovico Ragghianti, all'epoca sottosegretario alla Pubblica Istruzione del governo Parri. Lui disse: facciamo i nuovi Uffizi utilizzando tutto l'edificio vasariano. Sono passati sessant'anni e forse, come ha detto il ministro Urbani, siamo al rush finale». Cosa succederà? «Le molte opere conservate nei depositi occuperanno il primo piano del complesso vasariano e ci saranno la nuova uscita posteriore, nuovi ascensori e varie altre modifiche, il tutto costerà circa 50 milioni di euro e il ministero ha fiducia che l'inaugurazione avvenga entro il 2006». Il patrimonio culturale è conservato bene in Italia? «Ogni italiano che ha un'età adeguata sa che nei primi anni '50 l'ltalia era ancora quella di Goethe e di Stendhal. Adesso vediamo che gli italiani hanno rovinato quello che era in assoluto il loro bene più importante e cioè il paesaggio. Eravamo il giardino d'Europa, ma i luoghi rimasti così preservati sono ormai pochissimi. Forse era il prezzo da pagare per trasformare un popolo di morti di fame che abitavano nel Paese più bello del mondo in un popolo di gente ricca che vive oggi in un luogo mediocremente brutto». Questo patrimonio andrebbe sfruttato meglio? «Tutele e valorizzazioni sono un ossimoro. Pensiamo alle coste della Sardegna: Berenson, alla fine dei suoi giorni, diceva: "Com'era bella l'Italia quando era povera negli anni '50". Ma è una forma di squisito cinismo preraffaellita, io non sono d'accordo. Quando si parla di valorizzazione un sovrintendente ha tendenza a metter mano alla pistola. Ma insomma!». Adesso gli italiani sono più ricchi e forse hanno preso coscienza del valore del loro patrimonio. «Sì, hanno capito che la bellezza non è qualcosa di futile e di gratuito, ma è fondamentale per vivere bene. Gli italiani sanno oggi che bellezza e cultura sono un bisogno primario». E Firenze come se la passa? «Firenze è diventata monoculturale. Vive di una sola industria, il turismo culturale. Un tempo c'erano altre industrie, tipografie, case editrici. Adesso gran parte della gente vive di tutto quello che ricade sul turismo». Questo è un male? «Sì, quando si diventa monocultura. Mi domando oggi come potrebbe venire fuori un Brunelleschi a Firenze. A Venezia poi si è arrivati allo stadio terminale: è una conchiglia vuota per la Biennale, per i viaggi di nozze e i balli delle contesse. Quelli che campano di turismo non abitano più a Venezia ma nella periferia di Mestre e di Marghera». Però l'Italia è diventata molto viva nel campo culturale? «Certo, e apprezzo di più questa vivacità a Osimo o a Cesena. La grande vitalità creativa dell'Italia è nelle province e nelle città medio piccole. E' l'Italia dei cento campanili». Anche Roma, tuttavia, è diventata una capitale piuttosto vivace. «Sì, è vero. Le migliori mostre oggi si vedono a Roma. L'essere capitale ha dato consapevolezza di esercitare questo ruolo anche nel campo della cultura. L'Italia è diventata un paese dell'artisticità totale e in questo ci stiamo specializzando. Credo che il futuro ci trasformerà in un luogo dove si mangia bene, dove le scarpe sono più belle, dove c'è dell'ottima musica e ci sono belle donne. Era già così nel Settecento, solo che gli italiani oggi possono sfruttare meglio questa specificità». Mai musei vanno rimodernati, devono diventare come quelli americani? «No, sono antichi e devono rimanere quelli che sono. Sono i colleghi americani stessi a dire: per carità, non cambiate. In America il museo giustamente è concepito come l'astronave della storia. Ma in Italia il museo esce dai suoi confini, qui ci sono trattorie, caffè, piazze, pizzerie. E' importante mantenere le proprie caratteristiche e non scimmiottare gli americani. Noi abbiamo le soprintendenze, che sono delle prefetture della tutela».