MENO male che cè lei, labbonata più fedele del teatro Massimo: Antonina De Luca, da 44 anni in prima fila nelle stagioni liriche, non si è impressionata più di tanto davanti alle urla degli spettatori per la "Giselle" andata in scena con musica e applausi registrati. «Questo è il mio teatro, il più bello del mondo - dice sincera - Certo, lo spettacolo dellaltra sera non è stato piacevole, ma sono cose che succedono in tutti i teatri. Io continuerò a rinnovare labbonamento». Brindiamo, dunque, come direbbero i personaggi della "Traviata", altra opera minacciata dallo sciopero: ma tra tanti annullamenti, opere accompagnate al pianoforte, balletti senza orchestra, forfait, pur se giustificati, dei cantanti, il rischio di allontanare gli spettatori esiste, eccome. «Il Massimo è un teatro in affanno per questa contrapposizione sindacale che non si risolve - è la diagnosi di Paolo Emilio Carapezza, docente di Storia della musica e presidente dellassociazione Amici del Teatro Massimo - Il pubblico comincia a scocciarsi e il rischio è che si perdano abbonati. Forse questo è il picco più alto della crisi sindacale». Qualcuno, tra i vecchi frequentatori del Massimo, parla di punto più basso della storia del teatro: il consigliere di amministrazione Piero Violante, critico musicale di lungo corso, si dichiara «esterrefatto» per il disastro di "Giselle", mentre il primo violino dellorchestra, sorta di "capitano" dei musicisti, si dice demoralizzato, svelando il malessere che serpeggia in piazza Verdi. «Il fatto che scioperi solo una parte degli orchestrali crea una spaccatura - dice Salvo Greco, in organico dal 91 e nessuna tessera sindacale - Gli animi sono caldi perché è mortificante che alcuni primi strumenti debbano percepire uno stipendio inferiore ai propri colleghi. Noi rischiamo di perdere musicisti di grande valore che non hanno più voglia di suonare per 1.300-1.400 euro. Io non ero in organico per "Giselle" ma dico che è deprimente non riuscire a fare il proprio lavoro. Questa stagione ci dava speranza, ora credo che ci sia qualcosa che non funzioni». Il nodo ammazza-opere di questo scorcio di stagione, la quinta dellera Cammarata, si chiama accordo 2003, toccasana per lamministrazione che ha consentito di risparmiare sugli stipendi in cambio delle stabilizzazioni, tirandosi fuori dalle secche del deficit. Le forze in campo dello scontro, dentro questo gigante da poco meno di 500 dipendenti e con circa 40 milioni di bilancio, vedono da una parte la gestione di Antonio Cognata, forte, dopo lannus horribilis dei tagli al Fondo spettacolo e di una stagione insipida funestata dalle proteste, di un utile di quasi due milioni, dellazzeramento del debito di 700 milioni con la Banca popolare italiana e dei capitali del nuovo socio, il Banco di Sicilia, che verserà un milione e 336 mila euro per due anni. Dallaltra parte cè una frangia di lavoratori aderenti alla Fials che rinnega laccordo firmato dagli altri sindacati (allincirca 100 lavoratori su 230) e, alla luce della fine dellemergenza finanziaria e delle recenti promozioni nellarea amministrativa, rivendica ladeguamento degli stipendi per gli artisti in organico e per quelli che verranno scritturati. Un braccio di ferro che si riverserà in uno sciopero di due ore il giorno del prossimo concerto, il 7 febbraio, e di tre ore per la prima della "Traviata". E forse, chissà, anche sulla tournée in Giappone di giugno, la prima dopo tanti anni, interamente finanziata da uno sponsor, e a lungo andare sulla solidità di un teatro faticosamente riconquistato dopo ventitré anni di chiusura. E dire che questa era stata annunciata come la stagione della rinascita: dieci produzioni, tra opere e balletti, che mettono il Massimo in testa ai teatri italiani subito dopo la Scala, e titoli del grande repertorio pensati «per ricompattare il teatro col suo pubblico», spiega il sovrintendente Cognata. Ma i forfait prima e i fischi poi hanno scavato di nuovo il solco. «Provo grande tristezza di fronte alle proteste del pubblico, ma se domani venisse assunto un primo violino, la "spalla" dellorchestra, riceverebbe 1.200 euro, meno di un tecnico di palcoscenico - dice Maurizio Barigione, genovese, professore di controfagotto - Nessuno vuol capire che la nostra è una lotta per la dignità, non un capriccio economico: vogliamo che tutti abbiano lo stesso stipendio. Io non ho fatto 1.500 chilometri per venire a suonare in una banda musicale». Già, perché secondo la Fials il rischio è che a lungo andare lorchestra perda valore artistico, priva comè di un richiamo economico. «Le ultime audizioni hanno prodotto un riciclaggio interno, non cè stata certo unondata di nuovi musicisti europei attratti da una buona retribuzione - denuncia uno dei ribelli, Paolo Cutolo, corista - Le nostre condizioni retributive sono inferiori alla media nazionale: di questo passo, nel giro di dieci anni, avremo unorchestra di bassissimo livello». La sensazione che si respira allesterno è che tentativi di riformismo, esigenze di bilancio, difesa dei diritti e qualità artistica non riescano più a trovare una sintesi. Restano come rasoiate i fischi della gente, i cori di «vergogna» e «buffoni», distribuiti equamente alle due parti. «È stata una bruttissima sensazione, perché io sono un artista e vivo degli applausi del pubblico, non dei fischi. Ma cosa dobbiamo fare - insiste Cutolo - per avere uno stipendio adeguato al nostro ruolo? Se arriviamo a tanto significa che cè un malessere. Il vero problema è che gli amministratori perseguono logiche contabili e non artistiche». I sindacati rimasti fuori dalla protesta rivendicano che loperazione Bds, lingresso cioè di un nuovo socio portatore di capitali freschi, è stata resa possibile proprio dallaccordo sotto tiro, quello che ha riformato gli spettacoli promozionali investendo una parte dei fondi stanziati in appuntamenti per bambini da tutto esaurito, quello che ha consentito i prepensionamenti e le stabilizzazioni risparmiando risorse. Anche se ora, come dice Rosario Faraone della Cgil, è il momento di discutere il piano di adeguamento delle retribuzioni previsto dallo stesso accordo. E magari di prevedere un salvagente per le opere sotto scacco convocando lintero organico. Da Madrid, dove è impegnato con "Cavalleria rusticana", un «amico» del teatro Massimo come il tenore palermitano Vincenzo La Scola prova a tirarsi fuori dalla sua recente polemica con la dirigenza per una riflessione amara: «Siamo vicini alla rottura definitiva. In tutta Italia assistiamo a opere col pianoforte e a balletti senza orchestra. Questa è la morte dellopera. Se la tendenza è quella di fare a meno di coro e orchestra per usare nastri registrati, preferisco cambiare mestiere».