Anche a me non sono mai piaciuti i cambi di targa. Si potrebbe così riassumere il pensiero di Umberto Eco sui mutamenti della toponomastica stradale che a ondate invade e percorre le città italiane, quasi uno spoil system che accondiscende al nuovo spodestando il vecchio. Lho incontrato venerdì mattina nellantisala della Fondazione Cini a Venezia. Era in attesa di intervenire allultima giornata del corso di perfezionamento della Scuola per Librai per commemorarne, da par suo, i titolari, Umberto e Elisabetta Mauri, padre e figlia di Luciano che quella scuola ha fondato e fa crescere. Un cognome, il loro, «usato come titolo onorifico» e una vita, la loro, «ingombrata di ricordi altrui». E infine un sodalizio che sta rendendo possibile il sopravvivere di un mestiere, quello del libraio, che altrimenti sarebbe destinato allestinzione. Gli chiedo un parere sulla proposta di Luciano Canfora di cambiare il nome della Biblioteca Nazionale di Napoli, da Vittorio Emanuele a Benedetto Croce. Ma Eco non ci sta. Dice di aver già scritto in una delle sue famose "Bustine" de "Lespresso" che non risolve nulla cambiare i nomi delle strade e delle piazze. «Anche se ora lhanno dedicata a Giovanni Paolo II, la gente continuerà a parlare di Stazione Termini», sentenzia. Anche se si tratta di Vittorio Emanuele III? «Ah, ma io credevo che si trattasse del padre. Allora è unaltra storia», prosegue rianimandosi allimprovviso. «Quel sovrano è un fellone e meritava di essere fucilato, altro che nome alla Biblioteca di Napoli». A questo punto gli riassumo tutto intero il pensiero di Canfora. A parte la ribalderia di Vittorio Emanuele III, che pure sembra determinante anche per Eco per mallevarne la "detronizzazione" dalla Biblioteca, lo studioso pugliese ha portato a doppio suffragio della propria tesi un retroscena che aumenta il diritto di Benedetto Croce a succedergli: lunico a meritarselo non soltanto per cultura filosofica e storica, un gigantesco "maître à penser" del Novecento, ma soprattutto e in particolare perché fu lui, in qualità di senatore del Regno, a incalzare Vittorio Emanuele perché donasse allo Stato italiano la sede in cui si trova la Biblioteca. «È a lui che la città deve questa ricchezza impareggiabile». Di contro Vittorio Emanuele III è un re che «tanti lutti addusse» agli italiani, tanta nequizia contribuì a infliggere agli ebrei e tanta viltà cosparse sul proprio comportamento lasciando la capitale in mano ai tedeschi occupanti. «Rare figure nella storia dItalia hanno svolto un ruolo così durevolmente negativo». La Biblioteca Nazionale di Napoli è «illustre» come la definisce Canfora sia perché i suoi «tesori la pongono sullo stesso piano delle due Nazionali "centrali" di Roma e di Firenze sia per la splendida sede in cui si trova, e cioè nel magnifico Palazzo Reale». E a questo punto lo studioso confida nel ministro competente perché provveda alla sostituzione. Come si vede il discorso è ben diverso dai normali "cambi di targa". Come, un esempio per tutti, lo sfratto della regina Elena a opera di Antonio Gramsci. Nel caso della Biblioteca lodioso demerito delluno si salda con la incommensurabile e "specifica" benemerenza dellaltro. Occorre quindi riparare a un doppio torto.