LINEA DI CONFINE -------------------------------------------------------------------------------- Il bravo assessore allUrbanistica della Toscana, Riccardo Conti, giustamente fiero del "suo" territorio, contesta (nelle Lettere a "Repubblica" del 24 us), in cortese polemica con la mia ultima rubrica, la validità dellart. 9 della Costituzione ("La Repubblica.... tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione"). Quando mai sembra dire con tanti scempi che per cinquantanni hanno devastato il Paese? Ora è pur vero che lo svuotamento degli strumenti urbanistici, la corruzione, la speculazione sfrenata hanno sovente avuto la meglio sui vincoli di legge e che in questo quadro la Toscana, a differenza di altre regioni, ha in buona misura saputo salvaguardare e saldare assieme, come dice Conti, "città, bellissimi borghi, attività produttive molteplici, grandi bellezze e tradizioni culturali". Ma questo non è un buon motivo per devolvere in toto le responsabilità della salvaguardia dallo Stato alle Regioni e, ancor peggio Toscana docet , da queste ai Comuni. Come si è appena visto, proprio il fatto che il completamento della speculazione di Monticchiello (vedi "Linea di Confine" del 22 us) sia stato bloccato da un intervento in extremis del ministro dei Beni culturali, nonché vice presidente del Consiglio, sta a comprovare lesigenza di una autorità più alta di ultima istanza. Lo ha ribadito anche Rutelli ad "Italia Nostra". Del resto, a dispetto dei molti meriti, anche la Toscana annovera esempi pessimi, a cominciare dalla devastazione dellArgentario. Una zona minacciata inoltre dalla paventata nuova autostrada. Infine, sempre a proposito della Val dOrcia, se Rutelli è riuscito ad imporre la tardiva soluzione del "male minore", non potendo più far abbattere tutte le villette, nessuna garanzia è stata ancora data sul pericolo che una collina prospiciente Pienza, malgrado la protezione dellUnesco, venga di bel nuovo scavata e sconciata dal cosiddetto "trasferimento" della vecchia cava, ora al di là dal dosso. Anzi non poca preoccupazione mi desta la lettera di Conti laddove esalta "le Crete senesi, attività storiche che fanno parte di una identità insieme ai paesaggi e ai campi coltivati" e conclude: "Quale tutela sarebbe possibile in un territorio inerte e imbalsamato?". La frase può essere interpretata a doppio senso: se per crete senesi sintendono i celebri calanchi, cioè i dirupi argillosi e le conformazioni geologiche create dal ruscellamento delle acque, allora anche queste fanno parte del paesaggio da salvaguardare, ma se, di contro, con una abile traslitterazione, per crete si vuol intendere il "cotto", tratto dalla escavazione della argilla, per alimentare una fabbrica di foratoni di una grande impresa del settore, allora il discorso cambia. E non perché la Toscana non debba avere fabbriche, opifici, industrie ed anche nuovi manufatti edili, ma perché tutto questo va collocato in modo da non alterare e danneggiare una patrimonio ambientale, paesaggistico e artistico prezioso ed unico al mondo. E una stupida polemica quella che contrappone la validità e la modernità di una cosiddetta "tutela dinamica" del paesaggio ai "retrogradi difensori di una Toscana da cartolina". In realtà chi si nasconde dietro simili slogan è prigioniero di una cultura vetero-industrialista e non coglie come ormai, proprio nel contesto della globalizzazione, il "territorio" si è trasformato nel patrimonio più concorrenziale del nostro Paese. Non per farne una immagine museale ma la base creativa in cui nuove tecnologie, società dellinformazione, paesaggio, cultura, arte, agricoltura avanzata, accoglienza qualificata si combinino in un mix vincente e non rapidamente consumabile. Mi scrive, tra gli altri, il prof. Giorgio Pizziolo, ordinario di Urbanistica a Firenze: "In realtà la posizione arretrata è proprio quella di certi amministratori che dal Pit (Piano di indirizzo territoriale) alle pratiche correnti, trattano il paesaggio come "valore aggiunto" e come fattore di valorizzazione, aprendo così di fatto il territorio toscano allondata speculativa in atto, richiamata dalla sua fama e dalla sua immagine. Così la speculazione edilizia e le attività improprie, tenute finora distanti dai paesaggi di pregio unico, possono trovare numerosi canali di intervento, legalmente riconosciuti. Mentre, invece, per attuare la sostenibilità che si afferma di volere, sarebbe necessario cambiare profondamente modello di sviluppo e fare del paesaggio, in quanto tale, un elemento fondamentale della nuova programmazione, fulcro di orientamento di tutte le altre scelte, non un elemento di valorizzazione "aggiuntiva" e, di fatto, speculativa.
la Repubblica
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Mario Pirani
la Repubblica
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