LUNEDÌ, 29 GENNAIO 2007 Poteri forti in lotta tra loro, e gli affari veri li fanno gli "stranieri" Vincoli e fazioni, domina il provincialismo, ma cosmopolita Manca chi, come il Pci negli anni 70, interpreti linteresse generale limpero unicoop Il presidente Campaini gestisce più di due miliardi di fatturato ma vive come un impiegato del catasto stato avaro Nessuna legge speciale, come per Venezia né grandi eventi come a Napoli, Torino o Genova in ordine sparso La moda dei Gucci, ledilizia dei Fusi, il vino degli Antinori: ciascuno suona per conto suo il marchio forte Il nome della città è la parola italiana più nota del mondo. Lha capito Della Valle che lo usa per le Tods -------------------------------------------------------------------------------- cartine di tornasole di antichi rancori corporativi, per cui gli avvocati indicano sempre un magistrato o un poliziotto, linfermiere del Careggi narra di un anziano chirurgo, le famiglie di industriali accusano laristocrazia e viceversa. La tentazione è di lasciar perdere le inchieste e provare col noir, Sullesempio dellultimo capo della squadra anti mostro, il messinese Michele Giuttari, che dopo sette anni dindagini si è eletto vittima dei poteri occulti cittadini, ha buttato allaria le decine di faldoni e le prove, scarse, e sè messo a scrivere macchinosi "gialli" fiorentini, tradotti in tutto il mondo, dai quali sembra di capire che il "vero mostro" sarebbe stato ovviamente il suo superiore. Pierluigi Vigna, da buon fiorentino, ne ride: «Elementare, Watson!». Chiunque arrivi da fuori capisce subito che il marchio Firenze, la parola italiana più conosciuta negli Stati Uniti, più di "Roma" e di "pizza", si vende che è una meraviglia. Si pensi al Codice da Vinci o al seguito del Silenzio degli Innocenti. Dove scappa Hannibal "The Cannibal" Lecter dopo la fuga dal manicomio criminale? Ma a Firenze, si capisce, dovè fraternamente accolto dalle famiglie nobili, fa carriera come bibliotecario a Palazzo Capponi e già che si trova vendica i Medici impiccando per le budella un discendente dei Pazzi. Il vecchio giglio fiorentino funziona con tutto, cattiva letteratura e belle scarpe. Diego e Andrea Della Valle, che si sono precipitati a raccogliere i resti della squadra di calcio lasciata fallire dai ricchi fiorentini, hanno speso per comprare Toni e compagni, ma intanto col brand Florence le Tods vendono il doppio allestero e il triplo in America e in Cina. Se si prova a rimanere alla più modesta cronaca, la realtà è che a Firenze i famosi "poteri forti" non esistono più. Il dramma di una città che affronta, parola del sindaco Domenici, «la più grande trasformazione dai tempi di Firenze capitale», è quello di sempre: manca un Principe. Un Lorenzo de Medici, una forza, un partito che legga linteresse generale e si assuma la scelta di un futuro in bilico fra declino museale, tendenza Venezia-Disneyland, e un nuovo Rinascimento capace di riportare a Firenze le intelligenze del mondo. La mappa dei poteri è in frantumi, perfino le logge massoniche si combattono e i fiorentini continuano a litigare sotto il cappuccio. Ci sono tanti feudi, la moda dei Gucci e Ferragamo, ledilizia con i Fusi ex Pontello, i nobili vinificatori Antinori e Frescobaldi, le assicurazioni finite in mano a Ligresti, la cassa di risparmio, la Nuovo Pignone degli americani, la miriade di piccole imprese. Ciascuno suona per conto proprio e la voce della città si perde in unassordante prova dorchestra. Un tempo il Principe era il Pci, bastava una telefonata da Roma per conoscere la linea. Ora nemmeno nella rossa Toscana la politica comanda, semmai le coop. Lunico Principe non lo trovi nei palazzi del potere politico o nelle dimore principesche ma in una Casa del Popolo a giocare a scopone o in un ufficetto in via Santa Reparata. Si chiama Turiddo Campaini, un omino esile come un giunco ma dallanima dacciaio che da oltre trentanni comanda lUnicoop Firenze, un impero. Un milione di tesserati su un bacino di 2 milioni 300 mila abitanti, due miliardi e mezzo di fatturato, ventimila posti di lavoro, una crescita del 5 contro lo zero virgola delleconomia regionale. Campaini è senzaltro luomo più potente della città, ma vive come un impiegato del catasto. Avete presente i sessanta milioni di euro scoperti sui conti esteri di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, i furbetti del quartierino rosso, più i ranch emiliani, le ville in Sardegna, le feste in barca Gnutti e Fiorani, i quadri, i cavalli? Turiddo vive in periferia a Empoli, veste ai grandi magazzini, guida unAudi di dodici anni e si concede una settimana di ferie. Naturale che abbia condotto la guerra «per salvare lanima delle coop» contro le mire degli «emiliani». Si racconta che una sera a cena nel privè del Cibreo, («il covo dei rossi», secondo La Nazione), sia arrivato a puntare il dito in faccia a Massimo DAlema, davanti allesterrefatto sindaco, intimando: «Finché io campo, questa cosa non si farà!». La cosa, la scalata alla Bnl, difatti non si fece. «Le coop non possono diventare una merchant bank, altrimenti si cambia nome e dirigenti» ragiona oggi «Anni a discutere se prendere o no una banca e nessuno che si chiedesse: sì, ma per farne che cosa? Si fosse trattato di combattere le tariffe, come nei supermercati, di creare una finanza popolare che in Italia non cè, potevamo starci. Allora però non serviva Bnl, che è un ministero romano con troppi dipendenti e pochi sportelli. Ma se si vuol speculare, meglio tornare al mestiere nostro». Il mestiere dellUnicoop è di tenere sotto controllo linflazione toscana, bassissima nonostante il turismo, e di legare con un filo rosso il più diffuso associazionismo e il più generoso volontariato dItalia. Mentre le famiglie ricche fiorentine discutono per mesi se adottare a distanza un bambino, lUnicoop ha adottato a distanza mezzo Burkina Faso, disseminando il più povero paese dellAfrica di campi di fagiolini che arrivano negli scaffali dei supermercati. I rapporti con il partito? «Dopo laffare Consorte ci siamo separati, meglio per entrambi. Noi dobbiamo dialogare con tutti, da Rifondazione alla Curia. Vogliono vedere in concreto un Partito Democratico? Vengano qui». Nel cuore di Palazzo Vecchio si trova laltro capo della "nomenclatura rossa", il primo cittadino Leonardo Domenici. Metà Firenze lo considera «un gran ganzo», laltra metà un rompiscatole con laria del granduca. A Campaini si attribuisce la battuta: «Comunque lè Domenici, mica De Medici». La sua stanza è una metafora perfetta. È il più bel ufficio dItalia ma anche il meno adatto al lavoro di un sindaco, pure stakanovista. Inciampando fra tappeti, arazzi e veti incrociati, Domenici, che non è erede della prestigiosa diplomazia fiorentina, prova ad ascoltare le cento fazioni, si stufa presto e finisce sempre col decidere da solo, a fondo e contro tutti. Lultima volta è stato con la tramvia. A parole, tutti daccordo, destra e sinistra, costruttori e ambientalisti, turisti e residenti. Ma non si riusciva mai a partire, in una città dove lo spostamento di una panchina provoca limmediata costituzione di un comitato di quartiere, presto destinato peraltro a scindersi in due fazioni rivali. È il contrappasso della benedetta febbre partecipativa che ha fatto nascere qui lassociazionismo diffuso, il primo Social Forum europeo, i movimenti, i laboratori democratici. Comunque sia, un bel giorno il sindaco ha sguinzagliato a sorpresa, per i quattro angoli della città, i tecnici comunali, con tanto di rotella metrica e gesso per segnare: «Questo va via, quello si butta giù. Qui passa il tram». Scene di panico alla Amici miei, insurrezione dei comitati, fiaccolate, lettere ai giornali, esposti alla magistratura. Domenici del resto è ancora sotto processo per il crimine efferato dellabbattimento di quattro alberi («di cui uno malato» precisa limputato) davanti alla Fortezza da Basso. «In sette anni la frase che ho sentito più spesso è: Firenze non è adatta. La seconda: cè il vincolo. Firenze non era adatta alle rotonde stradali, al Social Forum, alle fiere, al tunnel per lalta velocità, ora alla tramvia. Il mugugno è inevitabile. Se il turismo va male, come nel 2004, è una tragedia. Se va bene, come questanno, "cè troppi stranieri"». Unaltra battaglia persa di Domenici è stata la tassa di soggiorno. «La città è usata da dodici milioni di persone e mantenuta dalle tasse dei 360 mila residenti». Ma il contributo di due o tre euro al giorno è stato impallinato come «avida gabella» dagli albergatori, che in compenso vendono una cameruccia in un "tre stelle" a 180 euro. «La città offre il meglio di sé nelle crisi, quando sè trattato di rilanciare il Nuovo Pignone, per esempio. Per il resto, nellanalizzare il carattere dei miei concittadini, io uso una categoria gramsciana: provincialismo cosmopolita». Guardo il sindaco: ha già tanti nemici. «Ma no, scriva pure. Limpopolarità fa parte della politica». Un esempio di provincialismo cosmopolita dallalto lha offerto la nuova fondazione di Palazzo Strozzi. Il comune ha raccolto i bei nomi della città per riaprire il magnifico monumento, vi ha portato le mostre, il gabinetto Viesseux, listituto per gli studi rinascimentali e il nuovo Istituto di Scienze Umane voluto da Aldo Schiavone e Umberto Eco. Quattro eccellenze della cultura, invitate ad Harvard e Oxford, ma che in casa hanno dato vita subito a una furibonda "guerra dellaltana" per aggiudicarsi la terrazza coperta con vista sulle colline. Un altro esempio, dal basso, il calcio storico. Nel giugno scorso il municipio ha provato a riesumare, a fini turistici, lantico gioco nonno del football. Alla partita inaugurale, in mondovisione, i calcianti hanno dato via dopo nemmeno mezzora a una trionfale rissa con botte da orbi, entusiasticamente allargata agli spalti. Fine del torneo. In questo clima non è facile governare una metropoli che, fra laltro, ha ricevuto dallo Stato meno di qualsiasi altra. Venezia ha una legge speciale, Roma più duna; Napoli, Torino, Genova, hanno avuto fondi per Olimpiadi, G7 e G8, Colombiadi, insomma eventi. Come se Firenze, che contiene un sesto dei beni culturali del pianeta, non fosse un evento in sé. Bologna vanta una classe politica nazionale, da Prodi a Bersani, da Fini a Casini: «E ci sarebbe da domandarsi» nota il professor Livi Bacci «perché la culla della scienza politica non ne esprima una. Lultimo fu Spadolini». Le grandi istituzioni culturali cominciano a somigliare a certi palazzi nobiliari, con le facciate sontuose e i pezzi dintonaco che vengono giù allinterno. Il Maggio musicale è commissariato, agli Uffizi i lavori per la pensilina di Isozaki sono sempre in corso, i teatri e i cinema chiudono, le jeanserie sloggiano i vecchi librai, dei grandi editori, chiusi Le Monnier e Vallecchi, è rimasto solo Giunti; in più, rischia di chiudere la Biblioteca Nazionale e lUniversità, con quarantamila studenti e pochi mezzi, patisce la competizione di Siena e Pisa. Tanto che il moderatissimo rettore Marinelli, per protesta, ha deciso di annullare linaugurazione dellanno accademico. Il pubblico non ha soldi, il privato se li tiene. Nella sintesi di Luca Mantellassi, presidente della Camera di Commercio: «Il mecenatismo è finito coi Medici e lofferta culturale è ferma a Botticelli». Cè soltanto lEnte Cassa di Firenze, e Opus Dei, a distribuire una trentina di milioni in restauri e beneficenza. Il presidente Edoardo Speranza, che sembra più un antico democristiano che un maestro venerabile, ammesso si possa distinguere, millustra il recupero di villa Bardini, un incanto fra lArno e le colline, «il più bel giardino del mondo». Ma intanto il Monte dei Paschi pompa 150 milioni lanno nella piccola Siena, dove ormai non sanno se piastrellare anche il fondo dei ruscelli. Strozzata dal ritardo dei lavori pubblici («prima che parta un cantiere si discute almeno quindici anni» sospira il primo costruttore cittadino, Riccardo Fusi), assediata dagli stranieri, Firenze si svuota anno dopo anno, cinquantamila abitanti persi negli ultimi dieci, da 410 a 360 mila. «Il vero potere sta nei grandi flussi globali» dice Paul Ginsborg «Basta uno scalo Ryan Air per cambiare il volto di una regione». Lesercito del turismo globale che compra low cost su Internet sta compiendo limpresa fallita nei secoli a tutti gli altri invasori: deportare i fiorentini. Un gruppo alla volta, dal centro storico dovè impossibile lavorare verso le periferie senza storia, le «città dolenti» di Novoli e Le Piagge, uguali a Dusseldorf o Danzica. Qualcuno prova a opporsi, come Ornella de Zordo, che guida lopposizione da sinistra (Rifondazione e "movimenti") e la battaglia «contro il processo di cementificazione, accelerato dallarrivo di Ligresti». Don Salvatore sè preso la Fondiaria e sui terreni del Castello, lunica area libera verso Prato, vorrebbe costruire una specie di "Firenze 2" da un milione 400 metri cubi di cemento: sedi di Regione e Provincia, scuola Carabinieri, due ospedali, scuole, un parco, iper mercati, case, case, case. «Finora però non ha posato pietra» nota Fusi. Al Castello cerano i cantieri già ventanni fa, ma nell89 arrivò una famosa telefonata di Occhetto («Dobbiamo salvare gli uccellini della piana») e si fermò tutto fino a nuovo ordine. Ora il cavalier Ligresti non solo se ne frega degli uccellini, peraltro tramortiti da fumi, discariche e aeroporto, ma avrebbe anche una certa urgenza milanese di chiudere laffare. Ogni mese si presenta nellufficio del sindaco e attacca: «Guardi che io amo Firenze, ci ho fatto il militare». Massì, stavolta ce la faranno i Ligresti. La storia marcia con loro. Dai quartieri storici, Santa Maria Novella, Santa Croce, San Giovanni, sono già spariti gli operai-artigiani delle officine, gli studenti, i colletti bianchi, i bottegai. Presto si trasferirà anche il palazzo di giustizia e stringe il cuore pensando ai mille avvocati fiorentini, con i loro loden, i pacchetti di dolci del Rivoire col fiocco azzurro, la passeggiata a Ponte Vecchio, le belle segretarie, tutti presi e sbattuti in una specie di carcere di sicurezza nel nulla di Novoli. Mario Monicelli, memoria storica della fiorentinità, non la riconosce: «Nel cuore di Firenze non cera mai stato, credo da secoli, tanto silenzio. Certe notti pare abbiano buttato quelle bombe che uccidono le persone e risparmiano i monumenti». Qualunque cosa accada, la Firenze darte sarà sempre meravigliosa perché il mondo non può farne a meno. Si può fare a meno dei fiorentini, certo. Per tutti vale quel che si dice del Perozzi, il capocronista degli schiaffi in stazione, nel finale di Amici Miei: «Sì, non era un granché, ma mi piaceva tanto».
la Repubblica
29 Gennaio 2007
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FIRENZE DEI MILLE FEUDI MA IL PRINCIPE NON CÈ
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