Una carriera da ambasciatore e poi, già in pensione da 3 anni, l'incarico più importante della vita: «ministro della cultura» nel governo provvisorio iracheno. Pietro Cordone è l'italiano più alto in grado tra le forze d'occupazione. Ha la finezza d'analisi e il disincanto che si assorgono in migliaia di cene con i potenti di mezzo mondo. Ma in più Cordone è libero dall'ipocrisia del ruolo diplomatico. Libero per età, perché, in sostanza, non ha più paura di essere licenziato per ciò che dice. «Me ne stavo benissimo in pensione». I suoi giudizi sono rasoiate. Nel bene e nel male. Gli americani con i quali lavora nel governo provvisorio «sono eccezionali». «Al vertice c'è una covata di giovani harvardiani che sanno assolutamente tutto della loro specialità. Se però escono di un millimetro dal campo di competenza sono dei c... calzati e vestiti», il capo dell'amministrazione provvisoria, il proconsole di Bush in Iraq, Paul Bremer, è «un mostro di resistenza fisica e decisionismo. Ma quegli anfibi che porta sempre, anche sotto il completo blu, proprio non li capisco» dice Cordone preparando la stilettata. «Forse sono davvero più comodi dei miei mocassini impolverati o forse Bremer vuole solo crearsi un personaggio per far parlare i giornali». E Bagdad? Cosa ne pensa della «sua» città il «ministro» della cultura? «Non è mai stata bellissima, checché ne dicano. Adesso poi è sporca e persino il verde delle palme non si vede più sotto la polvere. Restano però cose incantevoli. Come il tesoro di Nimrud. Esposto per poche ore al museo archeologico, può far perdere la testa per bellezza e buon gusto. E poi gli antichi quartieri ottomani. Sarebbe fantastico ristrutturare i caravanserragli. Ne verrebbe fuori uno dei centri storici più belli del mondo». Hanno 9 anni di differenza Bremer e Cordone, ma incarnano culture diversissime. Bremer fa jogging tutte le mattine, lavora dalle 7 alle 23 e prende un'ora di lezione di arabo al giorno. Quando parla di Iraq usa il «noi», come fosse anche lui iracheno. Cordone invece conversa, legge e scrive l'arabo da sempre. Non si sogna neppure di fare un minuto di ginnastica, anche perché in Libano una granata da mortaio gli tagliò il nervo sciatico. Disincantato riguardo all'Italia, figurarsi se si identifica «patriotticamente» con l'Iraq. La sua giornata tipo è diversa da quella di Bremer, ma più nello stile che nella sostanza. E' comunque una «vita da ministro» che dice molte cose dell'Iraq di oggi. ORE 6.45. Verso l'ufficio. «Dovrei prendere la scorta assegnata a ogni ministro. Due gipponi con 4 militari americani cadauno, più due marines in auto con me. E' una sceneggiata tremenda che attira il malcontento della gente. I soldati scendono con i mitra spianati e bloccano il traffico già congestionato di Bagdad. Poveretti, è il loro lavoro. E in più rischiano. Ho perso uno dei ragazzi di scorta e sono rimasto choccato. Tre settimane fa erano schierati come al solito armi in pugno. Un locale si è avvicinato e ha sparato al collo di uno con la pistola. Il soldatino è rimasto in coma una settimana. Ora per fortuna sta meglio. Così per ridurre al minimo i rischi di questi giovani ho deciso di affittare una macchina che non desse nell'occhio e andare in ufficio da solo. E' una vecchia Datzu arrugginita con il parabrezza incrinato. Ma, almeno la mattina e la sera, evito di mettere a rischio la scorta». ORE 7.15. Consiglio dei ministri. «Un'ex ambasciatrice - l'americana Robin Raphel - ci racconta la riunione della notte prima con Bremer, il loro debriefing. Ci trasmette le sue istruzioni e riceve le nostre. Sarà lei a fare il briefing, il resoconto, a Bremer. E così di briefing in briefing, gli americani passano la giornata». ORE 9.00. Consiglio di Gabinetto al Centro dei Congressi, «l'unico edificio di relativo buon gusto disponibile». «Il Consiglio di Gabinetto è una mia invenzione. Invece di avere un unico interlocutore iracheno al ministero della Cultura ho preferito allargare a 5 il numero dei dirigenti. Mi sono stati segnalati degli impiegati tra quelli che non hanno avuto legami con il partito Baath di Saddam Hussein. E si stanno dimostrando capaci. Discutiamo del problema dell'autista a cui hanno rubato l'auto, dei salari troppo bassi e del direttore generale che terrorizza gli impiegati. Ma anche di de-baathificazione e restauri. Dalla bassa cucina ai piatti da gran chef». ORE 10.00. Visite ufficiali. «Mi muovo almeno tre o quattro volte la settimana. Sono obbligato perché i telefoni non funzionano e se devo parlare a qualcuno ci devo andare di persona. Vado al conservatorio, in qualche teatro, qualche sito archeologico o al museo nazionale dove c'è voluta tutta la mia arte diplomatica per convincere la direttrice a dirmi dove aveva protetto i reperti prima che scoppiasse la guerra. Aveva giurato sul Corano di non rivelarlo a nessuno, ma alla fine l'ho convinta. Li aveva protetti in 179 casse di zinco e murati. Fantastico». ORE 12.00. De-baaathificazione. «L'espulsione dal ministero degli ex membri del regime è praticamente finita. Ho già consegnato 132 lettere di licenziamento ad altrettanti funzionali. E' stato penoso. Ho dovuto lottare con la mia mentalità mediterranea. Ma non c'è stato nulla da fare. Bremer è irremovibile. L'ordine è di eliminare i primi 4 gradi del partito e non fanno differenza tra chi ha le mani sporche di sangue e chi, magari, ha solo voluto far carriera. I casi più dolorosi sono all'Ente del turismo, che dipende dal mio ministero. Li erano stati parcheggiati ex ufficiali dell'esercito prigionieri per anni e anni in Iran. Per compensarli, invece della pensione, gli avevano dato un grado nel partito e una poltrona all'Ente del turismo. Ora perderanno tutto». ORE 13.00. Niente pranzo. «I miei collaboratori vanno in mensa, ma io non ho l'abitudine di mangiare e nell'ora di pranzo ne voglio sempre almeno due con me per continuare a lavorare. Il mio vice è britannico, poi ho un colonnello e tre altri ufficiali Usa, romeni, polacchi e spagnoli. Un'armata Brancaleone che funziona sì e no. Di certo si sta burocratizzando peggio del Regno delle Due Sicilie. Resta un'esperienza affascinante, multinazionale. Lavoro in una stanza con altre 4 persone nell'ex palazzo presidenziale di Saddam. Doveva essere una camera da letto. Fino a 20 giorni fa non avevamo neppure l'aria condizionata». ORE 14.30. Staff meeting. «Ci si incontra in gruppi ristretti, magari con lo stesso Bremer, per discutere di bilancio, di problemi di sicurezza, dell'attività di governo». ORE 17.00. Il ritorno. «Stanco morto, finalmente me ne torno nella residenza dell'ambasciatore italiano con la Datzu sgangherata. Non riesco a capire come fanno gli americani ad andare avanti di briefing in briefing fino a notte. Fortunati loro. Io mi accontento di quello che ho fatto. Per il museo nazionale ci sono fondi e offerte di collaborazione da tutto il mondo. I siti archeologici sono finalmente in sicurezza. Sto cercando di far ripartire il turismo perché servono soldi e lavoro. Ai vertici dell'Ente ho nominato iracheni con master e lauree specifiche. Ho rimesso insieme l'orchestra sinfonica e sto brigando per far arrivare nuovi strumenti al Conservatorio, Non tutto insieme. Ma una cosa alla volta la si fa». ORE 20.30. Cena di rappresentanza. «Vengono in residenza i "ministri" che hanno degli italiani tra i collaboratori. E' un modo per creare un rapporto più confidenziale e mi sottopongo anche a quello. Per fortuna c'è il coprifuoco, così alle 22.30 tutti sono costretti ad andarsene». ORE 23.00. A letto. «Leggo qualche riga di un libro su Gilgamesh, un personaggio dell'antica Mesopotamia che aspirava all'eternità. Ci provo, almeno. Di fatto alle undici cado addormentato come una pera cotta».