Da Italia S.p.A di Salvatore Settis a Sulla Patrimonio S.P.A, e altri scritti sulle politiche culturali di Giuseppe Chiarante il passo è breve. Non fosse altro perché entrambi i volumi sono l'esito di uno degli scossoni più vigorosi sinora inferti all'integrità del tessuto culturale del nostro Paese: l'ormai famosa legge 1122002, scaturita dal tremontiano decreto "salvadeficit", ma soprattutto ultima di una serie di «leggi che in vario modo hanno, con crescente insistenza, spostato l'attenzione verso soluzioni di tipo privatistico e aziendalistìco nella gestione dei beni culturali». Parole di Chiarante che introducono efficacemente alla raccolta di articoli e saggi recentemente pubblicati negli Annali dell'Associazione Bianchi Bandinelli. Fondata, quest'ultima, da Giulio Carlo Argan la cui lezione è agli occhi di Chiarante ancora di vivissima attualità. Forte di una densa esperienza intorno al Patrimonio in veste di vice-presidente del Consiglio nazionale per i beni culturali, organo consultivo del ministero da cui si è emblematicamente dimesso l'autunno scorso, l'autore crede ancora fortemente nel progetto arganiano. Alla base, l'idea di un ordinamento autonomo dell'amministrazione dei beni culturali e ambientali (sul modello del Cnr) che avrebbe dovuto attribuire al ministero compiti di vigilanza e di programmazione politico-finanziaria, responsabilizzando e valorizzando a un tempo le strutture tecnico-scientifiche degli istituti centrali e le istituzioni periferiche. Progetto rimasto nel cassetto, evidentemente, insieme a tanti altri, e semmai letteralmente surclassato da un ordinamento centralista e burocratizzato che neppure la riforma veltroniana è davvero riuscita a scalfire. Se dunque un filo rosso unisce gli scritti di Chiarante, questo è «il sentimento di preoccupazione» con cui l'autore osserva e commenta le odierne politiche culturali, riscontrando molteplici segnali d'imbarbarimento. Ben sintetizzati dal confronto tra uno Stato che, povero e fragile come quello italiano, pure non esitò nel 1902 ad acquisire la Galleria Borghese e l'incosciente disinvoltura con cui la classe dirigente dell'Italia di oggi, ottava potenza industriale al mondo, considera la possibilità di alienare o dare in concessione il patrimonio culturale per colmare i disavanzi del bilancio. La cultura ancella dell'economia. Una distorsione che Chiarante evidenzia nel settore dei beni culturali, ma senza perdere di vista altri ambiti: dalla ricerca scientifica all'università, alla scuola. Ne danno conto i suoi scritti, ordinati tematicamente e tutti datati tra il 2000 e il 2003. I più recenti, quelli dedicati appunto alla Patrimonio S.p.A., riuniti nella prima parte del libro, ma anche i saggi raccolti nella seconda parte, che spaziano da Argan al Testo unico dei beni culturali e ambientali, dall'ordinamento ministeriale all'incerto rapporto tra cultura, economia e politica. Illuminanti anche i documenti pubblicati in appendice che rinviano alle discussioni in seno al Consiglio nazionale sul Regolamento di organizzazione del ministero per i Beni e le attività culturali, al ruolo dei poli museali e delle soprintendenze territoriali e alle finalità che dovrebbe perseguire la tutela: la cultura e non il culto del mercato. Giuseppe Chiarante, «Sulla Patrimonio S.P.A. e altri scritti sulle politiche culturali», Annali dell'Associazione Bianchi Bandinelli, Roma 2003, pagg. 110, 8,00.