A partire dal 1494, con la calata di Carlo VIII, un trentennio di guerre sconvolse l'Italia con due eventi clamorosi di diverso significato: col Sacco di Roma del 6 maggio 1527, dodicimila lanzichenecchi violarono il Caput mundi; con l'incoronazione a imperatore e re d'Italia di Carlo V nel 1530 a Bologna inizia il dominio spagnolo. Trent'anni cruciali per i destini della storia d'Italia che tuttavia ebbero un effetto allo stesso tempo traumatico e, parimenti, galvanizzante, perché mai come in questi decenni l'immagine dell'Italia ebbe un'eccezionale capacità di persuasione e esercitò uno straordinario fascino nell'animo dei vincitori. Come disse il grande Adriano, quando giunse con l'esercito romano sull'Acropoli di Atene, furono i vincitori conquistati dai vinti. Si può ben dire che sullo stesso terreno della disfatta politica prende corpo e matura quel mito dell'Italia che dilagherà con moto centripeto per ogni dove in Europa. Questo per un dominante motivo: l'Italia è attraversata non da dotti umanisti laici o chierici, da artisti o filosofi che fossero - come da un secolo e più già avveniva - ma da uomini d'arme, diplomatici, rappresentati della nobiltà, da economi e funzionari appartenenti al ceto piccolo e medio borghese, a magazzinieri, cocchieri, cuochi, stallieri appartenenti al popolo minuto. Essi erano parte integrante degli eserciti al seguito delle truppe: con le quali viaggiavano teatranti, prostitute, mercanti e faccendieri di ogni risma. Costoro erano ben lontani dall'avere coltivato le bonae litterae, vale dire gli studia humanitatis - dominio esclusivo ed appannaggio di una assai ristretta comunità di savants che scriveva in latino - ma pure valicando le Alpi e attraversando l'Appennino, guerreggiando nella pianura padana, negli assedi alle porte di Milano o di Firenze, penetrando con la forza delle armi in Roma e a Napoli tutti costoro avevano scoperto il Bel Paese. Rientrando in patria contribuirono a costruire e a diffondere il mito dell'Italia parlando con i loro figli e le loro spose, bevendo e ubriacandosi con gli amici in osterie e taverne, schiamazzando con i compagni d'arme nelle caserme, narrando ai dignitari e ai notabili delle loro città di quel che avevano visto e di quel che avevano scoperto. Questo mito dell'Italia in Europa non è affatto estinto, nonostante sia trascorso mezzo millennio da quei tempi da cui siamo mossi. L'Italia è amata per la sua cultura, per la sua arte, per il suo cinema, per la sua tradizione letteraria, per l'impareggiabile scenario che è il paesaggio italiano, per le cento città che l'adornano come perle al collo di una dama bellissima. Siamo dunque i depositari d'una verità della bellezza che il mondo conosce e ammira, abbiamo grazie a questo tesoro delle qualità che forse a noi stesso sfuggono ma che ci vengono riconosciute da chi ci guarda da fuori. Pierre Rosenberg, già presidente e direttore del Louvre, eminente studioso dell'arte francese e italiana mi diceva che lui le comitive degli italiani che sciamano per il suo museo - talvolta chiassose e indisciplinate - le riconosce dal modo in cui guardano i dipinti e le sculture, dal modo in cui si misurano con un'architettura. Questa particolarità degli italiani - aggiungeva - deriva dal fatto che "Voi studiate la storia dell'arte"; André Chastel, un maestro e un amico che dell'arte italiana fu uno dei massimi conoscitori e storici, condusse sulla rivista da lui diretta Revue de l'Art una dura polemica contro i ministri dell'Istruzione del suo paese che non avevano inserito la storia dell'arte nell'insegnamento obbligatorio. E mostrava a esempio l'Italia che dal tempo della riforma Gentile - almeno negli istituti superiori - prevede l'obbligo di questo insegnamento. Il ministro fascista Giovanni Gentile riconosceva, sentiva con intelligenza e sentimento che l'arte era parte essenziale della nazione di cui era parte; il ministro fascista Giuseppe Bottai, con i suoi dioscuri Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan, redasse nel 1939 una legge per la tutela del patrimonio artistico, archeologico e paesistico che resta uno dei provvedimenti tra i più avanzati operanti in Europa. Creò pure quell'Istituto nazionale per il restauro che affidò alle mani sapienti di Brandi. La Repubblica accolse nella carta costituzionale (art. 9 e 117) molti di quei principi e li pose solennemente a fondamenta della nostra civiltà. Il presidente Ciampi lo ha più volte ricordato con quel garbo e quella misura che tutti gli riconoscono, ma anche con forza e sentimento: perché qui non ci dovrebbero essere barricate a dividere gli italiani. Invece da ora e non da ora a colpi di piccone si prova a sgretolare queste costruzioni di cui si è appena detto: l'insegnamento della storia dell'arte come un fiume carsico è scomparso nei meandri ministeriali di viale Trastevere e non si riesce a capire che fine le spetta. Meglio che vada è che essa finisca per essere una disciplina "opzionale", soluzione efferata: perché Donatello e Michelangelo, Tiziano e Morandi non sono opzionali nella civiltà italiana. Sono essenziale sapere come per gli olandesi la marineria o per gli spagnoli la corrida: noi non conosciamo l'arte della marineria o della tauromachia ma siamo quel che siamo perché abbiamo nel nostro Dna Firenze e Pompei, Siracusa e Venezia. Stiamo facendo assai poco per tutelare questa nostra identità antropologica, prima ancor che storica: anzi sembra quasi che ci si accanisca a demolirla. È la mia una personale illazione? Sono prevenuto verso i ministri Moratti e Urbani? No, cari: vorrei poter cantar le lodi della Signora e del Professor, vorrei poter abbracciare il vicepresidente Fini qualora si ponesse a difesa dei provvedimenti di Gentile e Bottai; non avrebbe motivo di vergognarsene, magari nel vedere vilipeso il loro buon operare dovrebbe arrossire. Che le cose non vanno nel verso giusto in questo ambito non lo penso solo io, lo pensa il Commissario europeo per l'Ambiente Margareth Wallstrom la quale ha denunciato che negli ultimi 5 anni l'Italia ha registrato il maggior numero di reclami per sospetta violazione della normativa europea sulla Valutazione d'impatto ambientale. Tre anni spettano al governo di centrosinistra, ma due sono del governo Berlusconi: il quale con spirito ardimentoso ha rilanciato il suo programma infrastrutturale e - tramite il ministro Matteoli - le linee guida per l'ambiente per il semestre a guida italiana. La testa di turco da battere sono non i costruttori abusivi, gli inquinatori d'acqua e aria, le opere pubbliche faraoniche che disattendono la normativa europea ma gli ambientalisti, quei pochi che s'attestano alla difesa del patrimonio storico-artistico, che dissentono dall'assalto dell'Italia spa, che vogliono che nelle scuole italiani s'insegni - magari meglio - la storia dell'arte.