Qualità dell'architettura, dell'urbanistica, del paesaggio, standard elevati di progettazione, concorsi di idee, salvaguardia dell'arte e dell'architettura contemporanea. Dunque, proposta dal ministro Urbani, muove i primi passi una legge-quadro che dovremo valutare con molta attenzione. Che si proponga finalmente una tutela degli spazi del territorio è importante, che si pensi anche di distruggere le opere che con maggiore evidenza ledono l'ambiente sembra un proposito ragionevole. Ma non privo di pericoli. Chi infatti giudicherà della qualità delle opere da costruire e di quelle da distruggere? Chi stabilirà cosa sono gli standard elevati della progettazione che vengono giustamente richiesti? Per capire dobbiamo cercare di vedere come e da chi, oggi, vengono tutelati il paesaggio e la città. Un tempo le Soprintenderne avevano il compito di gestire il territorio ma esse, oggi, salvo che nei pressi di monumenti oppure all'interno di aree vincolate, non hanno responsabilità; spetta dunque al Comune, e anche alla Regione se ha proposto apposite leggi di tutela, gestire il territorio e la città. Queste ultime dal dopoguerra in poi hanno perduto la loro antica forma, e sono ridotte, tutte, ad immani agglomerati, entro i quali si conserva un ridotto nucleo antico spesso anche molto manomesso: nei quartieri periferici, di storia e di sensibilità progettuale davvero non possiamo parlare. Bene, se questo è vero, e non esiste città italiana che non lo provi, come si articolerà la nuova legge che dovrebbe forse anche individuare una serie di criteri sulla cui base abbattere edifici, eliminare brutture? Pioviamo a pensare come e quando sono cresciute le nostre città, come si è trasformata la loro figura antica. Nel corso del XIX secolo e agli inizi del XX sono state le stazioni ferroviarie a incidere sull'urbanistica, a modificare la forma urbana in parallelo all'abbattimento delle mura; nel territorio le ferrovie, le nuove strade e le case cantoniere hanno modificato lo spazio del paesaggio; fra le due guerre gli interventi fascisti dentro le città storiche hanno spalancato piazze, edificato nuove strutture. E che cosa mai modificare? Le stazioni? Sarebbe assurdo solo pensarlo. Come assurda appare l'idea di distruggere il carcere di San Vittore a Milano, da conservare invece perché modello importante di architettura della costrizione, come del resto i manicomi, E anche le caserme. Conservare tutto questo vuoi dire capire i segni della città novecentesca e la sua macchina funzionale. Non credo altresì, purtroppo, che la nuova legge preveda la distruzione dei quartieri della speculazione municipale che assediano le nostre città e che le rendono invivibili perché edificati in modo assurdo e perché privi di ogni genere di servizi. La legge, cosi piena di buoni propositi, rischia comunque di arenarsi su un punto fondamentale: l'attribuzione delle competenze. Chi deciderà che un edificio, o un sistema di edifici, è da abbattere? Quegli stessi amministratori comunali che li hanno fatti costruire? E chi sarà in grado di giudicare la moderna architettura, il nuovo da imporre con pubblici concorsi? Gli ordini professionali ? Forse. Ricordo che, quando si applicava la legge del 2, che imponeva quel valore percentuale di opere d'arte a fronte del costruito, i bravi artisti non partecipavano mai e quei denari, che erano poi molti milioni se li dividevano equamente i rappresentanti dei diversi sindacati, o gli amici dei locali assessori. Risultato: non abbiamo mai, o quasi mai, opere d'arte appena accettabili nei nostri luoghi pubblici. Cosi ben venga questa legge, ma stabilisca norme precise, che conservino il tessuto storico delle città e del territorio, imponendo ad esempio l'eliminazione di tutte le pompe di benzina, di decine di migliaia di tralicci elettrici, e affidando a esperti non interessati e competenti la decisione sulla qualità, A proposito, nelle antiche soprintendenze gli esperti di architettura contemporanea si contano sulle dita di un paio di mani. E siamo generosi...