LAUTONOMIA DA LIQUIDARE Qualche giorno fa il governo Prodi ha presentato un disegno di legge dei ministri Amato e Lanzillotta per la istituzione di nove città metropolitane. Nel Sud le città identificate sono Napoli e Bari, questultima con una popolazione di circa 1,6 milioni di abitanti. Alcuni si saranno chiesti, comè capitato a me, come mai Palermo non fosse ricompresa fra queste aree, forte a tacer daltro dei 2 milioni di abitanti della sua provincia, nonché delle vaste dimensioni del centro urbano. La risposta è semplice e banale allo stesso tempo: Palermo non è compresa perché è la capitale di una regione a statuto speciale, che ha in materia di enti locali potestà legislativa esclusiva ai sensi dellarticolo 14 dello Statuto regionale. Ora, è evidente che il citato disegno di legge non sarà certo sufficiente a risolvere tutti insieme i problemi delle nove aree identificate, ma è altrettanto certo che esso mira ad innovare tutta la materia degli enti locali nonché al superamento delle Province. Resta il fatto però che ancora una volta Palermo e la Sicilia vengono esclusi dalle riforme del governo nazionale per il solo fatto di essere sottoposti allautonomia speciale a suo tempo concessa alla Sicilia. La potestà legislativa esclusiva della Regione prevede infatti che, nelle materie di cui al citato articolo 14, la legislazione della Regione prevalga su quella dello Stato. Nel caso specifico va ricordato che esiste una legge regionale (numero 9 del 1986) che si è occupata della stessa materia. Una decina di anni dopo un decreto attuativo del Presidente della Regione 10081995 ha identificato, comera del resto ovvio, nel territorio della Sicilia tre aree metropolitane in Palermo, Catania e Messina. È evidente che quella legge e quel decreto non hanno trovato alcuna attuazione e che quindi è vano rivendicare la previggenza o la capacità anticipatrice della Regione che a nulla nel concreto sono servite. Mentre è consentito dolersi della esclusione di oggi in presenza di un atto politico del governo nazionale fortemente qualificante e destinato comunque a un diverso destino di attuazione e di concretezza rispetto alla legge regionale. Si tratta probabilmente dellultimo esempio degli effetti negativi che lo Statuto siciliano e la sua autonomia finiscono per aver in concreto sulla realtà della Sicilia, confermando, a sessantanni dalle vicende costituenti di quel testo, i dubbi e le incertezze a suo tempo apparsi assolutamente minoritari e forsanche stonati rispetto al coro dei consensi. Parve infatti a quella illuminata classe politica che lo Statuto, elaborato peraltro sul finire del 1945 in sede di Consulta regionale, potesse finalmente avviare a soluzione con la concessione di una larga autonomia i problemi della Sicilia ed allo stesso tempo dare una risposta democratica e partecipativa alla pericolosa ondata separatista del secondo dopoguerra. Allorquando il primo gabinetto De Gasperi approvò il decreto legislativo n. 455 del 15 maggio 1946 con il quale si dava vita allo Statuto siciliano, i voti contrari furono solamente quelli di Nenni, Cattani e Gasoparotto. Riserve, dunque, di parte liberale e fiuto politico del leader socialista che paventava non a torto "vandee" meridionali. Più tardi negli anni Cinquanta Luigi Einaudi negli ultimi anni della sua vita esaurito il mandato presidenziale riprese nelle sue famose Prediche Inutili le obiezioni e le preoccupazioni che in sede di Consulta Nazionale, di cui egli nel '46 faceva parte, gli erano sorte rispetto allautonomia siciliana, polemizzando con acutezza e con concretezza soprattutto con le tesi laloggiane che avevano ispirato il famigerato articolo 38 dello Statuto. Nel 1959 Luigi Sturzo quasi novantenne pochi mesi prima della morte, rivolse un appello ai siciliani nel quale definiva la sua terra dopo appena un dodicennio di autonomia (si era allora in pieno periodo milazzista) «una Regione estraneata da tenersi sotto osservazione». Il giudizio a distanza di cinquantanni può essere non solo confermato, ma rafforzato e un bilancio complessivo dellautonomia regionale porta a concludere che con lo strumento dellautonomia la Sicilia ed i siciliani si sono in sostanza autodistrutti. Il regresso è evidente da ogni punto di vista, non ovviamente in termini materiali, quanto in termini morali e relativi rispetto alle condizioni economiche e sociali di allora e di oggi. Credo sinceramente che anziché celebrare con fasto e pompa i sessantanni dello Statuto sarebbe più utile raccogliere delle firme per chiedere in primo luogo labolizione della specialità dellautonomia regionale o addirittura la fine della stessa. Si potrebbe pensare a una messa in liquidazione della Regione con opportuni provvedimenti di esodo incentivato per i numerosissimi dipendenti e una liquidazione generale di tutto il precipitato di questi lunghi anni. Sia chiaro: vi sono stati anche momenti e scelte importanti, personaggi indimenticabili, fasi esaltanti, ma il bilancio complessivo non può che essere quello di un totale fallimento dellesperimento di autogoverno della Sicilia allinterno dello Stato nazionale. Quel che è necessario e su cui occorre chiamare a raccolta i liberi e forti (come fece Sturzo nel 19) è lavvio di una fase ricostituente dellautonomia, non certo nel senso di somministrare vitamine alla languente istituzione, quanto di ricominciare da capo a ripensare in termini odierni e nel mutato quadro nazionale ed internazionale una possibilità di autogoverno della Sicilia che tenga conto delle negative esperienze del passato e dia luogo a una Regione più magra, più snella, più adatta ai tempi moderni e che non si porti dietro la pesantissima eredità di un sessantennio di errori e di sprechi. Attenzione: qui non si tratta di destra o di sinistra. Il fallimento è di tutti e tutti dobbiamo farcene carico con coraggio. Mi rendo conto che tutto ciò può apparire eccessivo e forse anche sproporzionato alla notizia del nuovo disegno di legge del governo sulle aree metropolitane. Ma loccasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e per ribadire la totale contrarietà alla Regione che sappiamo condivisa da un gruppo sparuto ma qualificato di persone perbene che condividono questi giudizi, che naturalmente non sono facili da sostenere in sedi pubbliche o in occasioni politiche. Bisogna tuttavia avere il coraggio di dire con chiarezza e magari con un pizzico di radicalismo certe amare verità che toccano e condizionano il destino di un popolo. s.buterahotmail.it