Guardando la Sicilia attraverso il prisma opaco della finanziaria regionale se ne trae la sgradevole sensazione che se qualcosa cambia è sempre nella direzione della deriva affaristica e clientelare in cui da tempo si dibatte la Regione. Nonostante le prese di posizioni minacciose e le polemiche che si accendono intorno a pretese che dovrebbero fare arrossire chi le avanza, alla fine il centrodestra trova sempre un accomodamento sulla base di una ferrea logica spartitoria fra partiti, correnti e singoli deputati. La questione che si pone non è solo di metodo, ma di sostanza politica e di pratica governativa. Osservando ciò che spartiscono questi signori, si scopre che, anno dopo anno, essi stanno demolendo la Regione. Siamo alla svendita dellargenteria, della roba di famiglia. È stato messo allasta perfino il patrimonio immobiliare ereditato, compresi i palazzi che ospitano gli assessorati, che secondo un originale marchingegno verrebbe richiesto in affitto dal compratore. Insomma, come se un padre di famiglia vendesse la casa lasciategli dal padre e poi la prendesse in affitto dallacquirente. Una fattispecie del genere può verificarsi in casi familiari disperati, ma sicuramente non dovrebbe accadere in una amministrazione pubblica che ostenta una ricchezza inusitata fino al punto di volere realizzare il ponte sullo Stretto con fondi propri, mentre continua a spendere e spandere a piene mani in agenzie e centri studi inutili, in costose rappresentanze in Italia e allestero, in consulenze e ingaggi doro. Laltro aspetto di questa politica è rappresentato dalla moltiplicazione di enti e organismi a livello centrale e periferico. Un solo esempio. In Italia vi è un Ato-rifiuti per provincia, taluno anche a dimensione interprovinciale, in Sicilia, chissà perché, sono stati moltiplicati per tre: invece di nove ventisette, con un pesante aggravio delle spese di gestione, naturalmente a carico della Regione e degli utenti. Sera affacciata lipotesi di un qualche scioglimento (Esa) presto ritirata per timore di chissà quale ritorsione minacciata dalla parte lesa. La verità è che non si taglierà nulla, anzi cè il rischio che al carniere si aggiunga una nuova provincia, quella di Caltagirone che lMpa di Lombardo voleva far passare addirittura con un emendamento alla Finanziaria che il presidente dellArs ha dichiarato inammissibile. Tuttavia la questione resta sul tappeto e se ne dovrà riparlare prima o poi. Certo, bisognerà dare una risposta a un interrogativo più che legittimo: perché solo quella calatina e non anche le altre proposte distituzione di nuove province di cui è disseminata la Sicilia? Il risultato potrebbe essere quello di unaltra infausta moltiplicazione di livelli istituzionali che, oltre ad appesantire la spesa, complicherebbe enormemente la vita ai cittadini costretti a districarsi in una giungla amministrativa ipertrofica, ripetitiva, inadeguata alle reali esigenze di sviluppo e di crescita civile. Siamo di fronte a una tendenza perniciosa che va bloccata sul nascere, anche per mettere la Sicilia in sintonia con i nuovi orientamenti che stanno maturando a livello nazionale in ordine alla razionalizzazione degli assetti territoriali. Proprio laltro giorno nel Consiglio dei ministri è stato approvato un provvedimento proposto dalla ministra per le Regioni, Linda Lanzillotta, che intende avviare una riorganizzazione delle funzioni amministrative. Con questo disegno di legge verranno create le città metropolitane che assorbiranno le funzioni attribuite alle province, mentre per le aree non metropolitane si procederà a effettuare una revisione delle circoscrizione provinciali. La proposta ministeriale, purtroppo, deve fermarsi a Villa San Giovanni. Palermo, pur avendone tutti i numeri, non è nellelenco delle nuove città metropolitane perché in Sicilia cè il muro della conservazione autonomistica. Se si volesse far valere sul serio lautonomia speciale bisognerebbe anticipare il provvedimento approvato a Roma, puntando a una radicale riforma del sistema amministrativo isolano che potrebbe articolarsi secondo uno schema triale: Comuni, Regione, Stato (e domani Unione europea). In questo quadro non avrebbe più senso mantenere queste province divenute una sorta di anacronistico e costoso sceiccato. Così come altri organismi superflui disseminati sul territorio. Peraltro non bisogna dimenticare che le province non furono previste nello Statuto che parla di "liberi consorzi" fra comuni. Come dire, in fondo leliminazione delle province sarebbe unattuazione, ancorché tardiva, dello Statuto.
SICILIA. LE PROVINCE INUTILI SPECCHIO DELLO SPRECO
La Sicilia è stata oggetto di una serie di decisioni finanziarie e amministrative che hanno portato a una tendenza perniciosa di svendita del patrimonio regionale. La Regione è stata costretta a spendere e spandere denaro in agenzie e centri studi inutili, mentre continua a finanziare progetti di sviluppo che non sono stati realizzati. Inoltre, la moltiplicazione di enti e organismi a livello centrale e periferico ha creato una giungla amministrativa ipertrofica. La questione della deriva affaristica e clientelare nella Regione è stata evidenziata, e si è parlato di una possibile riorganizzazione delle funzioni amministrative con la creazione di città metropolitane e la revisione delle circoscrizioni provinciali.
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