Negli Stati Uniti alla mezzanotte del 31 dicembre è cominciata una rivoluzione epocale. Più di un miliardo di pagine di documenti degli ultimi 25 anni, finora secretati, sono stati ammessi alla consultazione dei ricercatori. Un'intera generazione di studiosi potrà così dedicarsi all'esame della guerra fredda. Finalmente potremo sapere tutto il possibile sulla crisi dei missili a Cuba, sull'incidente del Golfo del Tonchino che portò alla guerra del Vietnam, sul network degli agenti sovietici in seno al governo di Washington, ma anche sulle armi nucleari, sul Medio Oriente ecc. Questa straordinaria liberalizzazione degli archivi meglio custoditi ha carattere bipartisan. Avviata da Bili Clinton nel 1995, anche un'amministrazione prona ai segreti di Stato come quella di Bush si è arresa, stabilendo per l'inizio della consultazione la fine del 2006. Mentre a Washington una parte della documentazione più riservata diventa visibile, da noi ci si chiude a riccio sulle cartuscelle. Si pensa solo a salvaguardare interessi postumi (quelli dell'ex Pci) anche nel caso della documentazione (raccolta con criteri di scarsa affidabilità, purtroppo) delle commissioni parlamentari d'inchiesta sul terrorismo, il caso Moro e il dossier Mitrokhin. Ovviamente negli Usa ci saranno delle restrizioni, come ha denunciato Thomas Blanton, il direttore del National Security Archive. In confronto, quanto succede da noi sembra una livida commedia, se non un'invenzione perversa. Si pensi all'Arma dei carabinieri. E' la più maltusiana. Non ha versato praticamente nulla all'Archivio Centrale dello Stato. Non esiste uno specifico vincolo di legge che prescriva questa omissione. Si tratta, invece, di una violazione plateale della normativa che impone a tutti gli organi dello Stato, dopo un certo periodo (40 anni in generale), di destinare la documentazione accumulata a luoghi specifici in cui conservarli e metterli a disposizione di tutti i cittadini. Gli archivi dello Stato, appunto. Saprà il centro-sinistra (nella persona del ministro della Difesa Arturo Parisi) fare quanto non ha saputo fare il centro-destra (nella persona del suo predecessore Antonio Martino), cioè costringere i carabinieri a disfarsi di centinaia di chilometri di carte archiviate, versandole al sovrintendente dell'Archivio centrale dello Stato prof. Aldo Ricci? Vorrà il ministro dell'Interno Giuliano Amato fare altrettanto, imitando - anche senza gli obblighi delle commissioni parlamentari d'inchiesta - chi lo ha preceduto al Viminale, cioè l'on. Beppe Pisanu? S'impegneranno mal i presidenti della Camera e del Senato, Marini e Bertinotti, a far traslocare verso l'Archivio Storico del Senato (ma perché non verso il ben più attrezzato e frequentato Archivio centrale dello Stato) i numerosissimi faldoni accumulati nei sotterranei di Palazzo San Macuto ecc.? Sulla base di una torva esperienza consolidata è inevitabile essere realisti, cioè altamente pessimisti. Una stolida interpretazione burocratica ha imposto un principio incredibile: per potere essere consultabili dagli studiosi i documenti delle commissioni parlamentari d'inchiesta debbono essere desecretati dagli enti originatori (cioè da ministero dell'Interno, dalla Fondazione Gramsci, dal Sismi ecc.). Dunque, per blindare la conoscenza del passato si è fatto, e si continua a fare, strame della stessa sovranità parlamentare, negandole il potere di rendere accessibile quanto ritiene opportuno.
Il nostro passato blindato
Negli Stati Uniti, alla mezzanotte del 31 dicembre, è iniziata la consultazione di oltre un miliardo di pagine di documenti segreti relativi ai 25 anni precedenti. Questa liberalizzazione degli archivi è bipartisan e riguarda la guerra fredda, la crisi dei missili a Cuba, l'incidente del Golfo del Tonchino e altre questioni. In Italia, invece, la documentazione delle commissioni parlamentari d'inchiesta sul terrorismo, il caso Moro e il dossier Mitrokhin è ancora segreta, nonostante la normativa che richiede la destinazione di documentazione accumulata a luoghi specifici. Gli archivi dello Stato, come quelli dell'Arma dei carabinieri, sono ancora chiusi e non sono stati disfatti.
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