II Guggenheim esportato in Europa, il Louvre in Asia, l'Hermitage in America. Le case madri vendono il know-how Mondializzare. Globalizzare. È la parola d'ordine dei grandi musei del mondo. Non solo del Guggenheim che da oltre un decennio ne ha fatto la sua ragione d'essere («Espandersi o morire» è il motto del direttore Thomas Krens che nell'ottobre 1997 ha inaugurato Bilbao e un mese dopo Berlino). E non solo dell'Ermitage, alleatosi col Guggenheim già nel 2000 (dal 2001 condividono il museo di Las Vegas) e ora in procinto di giungere persino da noi, a Ferrara. È diventato un must anche per il Beaubourg e il Louvre. Il primo mira alla Cina aprendo a Shanghai, e in prospettiva guarda all'India. Il secondo ha già avviato un piano di collaborazione con l'High Museum of Alt di Atlanta che farà varcare l'oceano a molti suoi tesori. Ora sta per sbarcare ad Abu Dhabi, dove però il Guggenheim l'ha già preceduto. E il governo francese vuole creare un'agenzia per l'internazionalizzazione dei propri musei. Stanno nascendo insomma delle vere multinazionali dell'arte. Musei in rete che condividono il brand. II museo "madre" vende il proprio nome, il proprio know how, e concede in prestito le sue opere. È franchising puro e semplice. I musei però non sono tutti uguali Un museo del contemporaneo vale anche per come sa capire e interpretare Foggi e il domani dell'arte. Per sopravvivere, e assolvere la sua funzione culturale e sociale, deve «stare sul mercato». Perciò se la Cina è il futuro prossimo, il Beaubourg deve esserci. E grazie alla sua prossima sede di Shanghai, come ha spiegato il direttore Bruno Racine, potrà presentare alla Cina l'arte d'Occidente e costruire una propria collezione dell'emergente arte contemporanea cinese. Per di più a costo zero. Dopodomani sarà la volta dell'India e si andrà in India. Per necessità. Al contrario il museo d'arte antica non deve rincorrere tendenze 0 mercati. O comunque molto meno. E non è espandibile, o molto poco. Il suo "nome" è frutto della sua storia e dei capolavori che custodisce. È lui stesso a fare tendenza, col proprio prestigio oltre che coi progetti che promuove. Insomma è unico, o lo è più di altri musei. E infatti Louvre, Ermitage, British Museum vendono il proprio nome, la propria unicità. Che è garanzia di qualità e, come si dice, di "universalità". Infatti il loro brand è richiesto anche perché esemplificano nelle loro collezioni la storia dell'umanità. Il ciclo di esposizioni che il Louvre ha inaugurato ad Atlanta nell'ottobre scorso racconta a puntate come si sono formate le collezioni del museo. La mostra che il British inaugurerà il 4 febbraio prossimo al National Palace Museum di Taiwan s'intitola «Treasures of the World's Cultures» ed esemplificare la varietà del museo britannico dalla preistoria alla Grecia antica, ai Maya, all'Islam e l'Oceania. Ugualmente l'esposizione apertasi a Pechino in vista delle Olimpiadi presenta tutte le «grandi civiltà» col concorso dei maggiori musei al mondo. E Abu Dhabi vuole, nei vent'anni di "tutela" targata Louvre previsti dall'accordo, costruire con acquisti il proprio «museo universale». Paiono tanti Bignami d'arte, costruiti in fretta per bruciare le tappe. Com'è già accaduto con tutto il resto. Ma coi Bignami si è mai imparato davvero qualcosa? Le autorità francesi sostengono che, nel XXI secolo, compito di un «museo universale» è vincere la sfida della globalizzazione e far conoscere l'arte a quante più persone possibile. Questo è probabilmente vero per l'articolata operazione di Atlanta, mentre per ora i vari "Bignami" d'Oriente paiono versioni in miniatura dei musei d'Occidente. Col rischio che i capolavori esposti, trovandosi doppiamente decontestualizzati, comunichino poco o nulla. In realtà il «Louvre del deserto» di Abu Dhabi appoggia magnificamente gli interessi della Francia in terra d'Arabia, E al pari delle altre "internazionalizzazioni", è innanzitutto un'operazione commerciale che frutterà alla Francia circa 700 milioni di euro. Molti francesi non ci stanno: accusano musei e cultura di deriva commerciale, parlano di patrimonio nazionale in vendita. Il sito internet «La tribune de l'art» ha già raccolto 3.200 firme di protesta. Ma sono forse gli unici a scandalizzarsi. In fondo, il ricavato di tali operazioni serve per coprire gli onerosissimi costi di manutenzione dei musei. 15,3 milioni dì euro che Atlanta versa nelle casse del Louvre sono impiegati nel rinnovo delle sale dei mobili settecenteschi. E il ricavato dell'operazione Abu Dhabi servirà ugualmente il bene comune. Piuttosto c'è da chiedersi quanto l'internazionalizzazione dei musei sia effettivamente vantaggiosa. La cura dei rapporti coni musei satellite comporta costi che possono risultare piuttosto rilevanti. Non si tratta di produrre qualche maglietta o hamburger in più, ma di trasferire conoscenze, ideare esposizioni, mobilitare opere. Un museo non è riproducibile all'infinito a costo zero. E forse non peccano troppo di miopia quei francesi che temono che i propri musei internazionalizzandosi «perdano l'anima». È un rischio reale dal momento che le collezioni di un museo di arte antica, per quanto immense, non sono espandibili all'infinito. E tanto meno lo sono i suoi capolavori. Se portato oltre la soglia della qualità, il franchising dell'arte rischia di compromettere prestigio e integrità del brand. Ma poiché è il vero valore di un museo, è difficile credere che le grandi istituzioni vorranno metterlo in discussione. Anche il «museo universale» riconoscerà prima o poi i propri limiti.