FINALMENTE una boccata d'ossigeno per l'architettura italiana, che continua a stagnare nella palude di una perenne crisi d'identità: poche commesse pubbliche e dunque poche possibilità di emergere, le università chiuse a riccio. Arriva questa ventata da un disegno di legge, concertato dal ministero della Cultura d'intesa con quello delle Infrastrutture, e approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Non ancora una. legge operante dunque, perché per entrare in vigore dovrà percorrere altre tappe e affrontare altri eventuali ritocchi in Parlamento. Ma una definizione d'orizzonte che rimette al centro della scena il problema della qualità architettonica e offre importanti bussole ai futuri interventi di Regioni e Comuni. La nuova normativa elaborata dal ministro Giuliano Urbani rimette mano a un precedente progetto, presentato nella scorsa legislatura dal suo predecessore Giovanna Melandri, orientandolo su una nuova rotta. Per proteggere e promuovere l'architettura d'autore lo strumento non è più l'obbligo o il vincolo ma un mirato sistema di incentivi. Il vero motore è l'istituzione di un fondo, attivato con un primo stanziamento di otto miliardi, che servirà in primo luogo ad alimentare concorsi pubblici di architettura sia per le grandi infrastrutture, che per le opere realizzate dagli enti locali. La speranza è di contenere al minimo il meccanismo degli appalti diretti, che ha riempito l'Italia di edifici, impianti malfatti e di devastante impatto su ambiente e paesaggio. Dallo stesso serbatoio potranno attingere anche le università per raccogliere, archiviare e mettere in mostra la produzione passata e futura dei nostri architetti. Colmando così un vuoto reso evidente dalla dispersione dei fondi dei grandi maestri e dalla mancanza di un museo riservato all'architettura: il primo dovrebbe entrare in funzione dal '96 nel centro d'arte contemporanea in costruzione in via Guido Reni. La seconda novità del decreto Urbani è rappresentata dai cambiamenti introdotti per la tutela del diritto d'autore. Non sarà più necessario per preservare un edificio firmato, attendere, come avviene adesso, che siano trascorsi cinquant'anni o che il suo autore ne reclami di propria iniziativa il valore. «Attraverso le soprintendenze - spiega Pio Baldi, l'architetto che guida la direzione di settore del Ministero potremo attivarci autonomamente, concedendo ad un'opera che riteniamo degna un riconoscimento di qualità. Attestato di cui i comuni potranno avvalersi per ottenere contributi per la manutenzione. E che potrà essere revocato in caso di manomissioni. Avessimo avuto queste leve, chissà quante stupende stazioni e uffici degli anni 30 o del dopoguerra avremmo potuto salvare da scempi e devastazioni. Ma per le opere più recenti lo scudo dovrebbe funzionare, mettendo al sicuro gioielli che oggi non hanno difesa, come il municipio di Fiumicino di Anselmi, l'Auditorium di Renzo Piano, la moschea di Portoghesi. Altrettanto importante mi sembra ripristinare la pratica dei concorsi. Negli ultimi cinque anni se ne sono fatti molti e tutti o quasi sono arrivati al cantiere, rompendo una inerzia di quasi mezzo secolo. E incoraggiando giovani e talenti emergenti a scendere in campo».