-------------------------------------------------------------------------------- I soldi non sono tutto. Neanche in tempo di vacche magre. Tantomeno se si parla di cultura. Di fronte agli accenti preoccupati per la scarsità di risorse che risuoneranno oggi al convegno della Provincia sulle politiche culturali, Vittorio Capecchi (nella foto tonda), sociologo ed economista dagli interessi eclettici, ribalta lordine dei fattori. Basta con lossessione dei finanziamenti. Da riempire, dice, prima che le casse degli assessorati alla cultura ci sono i contenuti dei loro progetti. È vuoto il menù della cultura a Bologna, professore? «Tuttaltro. Cinema, musica, fantascienza, gialli, cabaret... Sono entusiasta di vivere qui, lofferta è vastissima...» Ma? «Non è completa. Mancano un paio di cose importantissime». Vediamole. «Uno: la cultura scientifica diffusa. Lo sviluppo e la trasmissione del sapere tecnico-scientifico. Non cè nessun luogo dove un ragazzino possa ricevere qualche stimolo per avvicinarsi al mondo della matematica, della tecnica, delle scienze naturali. Poi ci lamentiamo che vanno tutti ai licei. Vado a Parigi e mi sento male: i musei scientifici interattivi sono una mezza dozzina, pieni di bambini che ci passano le domeniche. E qui?» Il museo del patrimonio industriale? «Era una buona idea ma sè un po prosciugata. Lo pensammo come luogo di confronti problematici, adesso è una vetrina di oggetti e di macchine. Sogno un childrens museum di livello europeo». Seconda lacuna? «Umanistica. Bologna sicuramente legge molto, come dicono i sondaggi del convegno. Abbiamo editori, biblioteche, iniziative. Ma tutto ruota attorno a un modello eurocentrico. I miei studenti non si vergognano di ignorare la differenza fra confucianesimo e taoismo. Per loro i filosofi sono solo quelli greci. Ritorno a Parigi e mi risento male: cè il centro di cultura islamica che è un monumento al confronto fra le culture. A Bologna se, come me, ti occupi di cultura giapponese, passi per un originale amante dellesotismo». Musei scientifici, centri interculturali... Cose nuove, cose che costano. «Anche una stagione teatrale costa, ma certo cercare sponsor privati per finanziare un cartellone simile al cartellone dellanno scorso è più semplice. Io però nego che la mancanza di innovazione, nei due settori che ho indicato, sia un problema di soldi. Se ci sono forti idee guida, i soldi si trovano». Già oggi i privati finanziano le politiche culturali pubbliche per oltre il 50 per cento. «Ma i privati non sono il diavolo, anzi nella cultura dimpresa le due emergenze che le ho indicato sono forse più sentite che nella politica, dover spesso la cultura è considerata solo una spesa, mentre può e deve essere unimpresa». Il guaio è che i finanziatori oggi, più che imprenditori illuminati, sono fondazioni bancarie. «Ci vorrà un po di attenzione a non farsi prendere la mano da qualche lobby». Non teme che, mettendoci tanti soldi, i privati vogliano poi avere voce in capitolo sulle scelte? «Se gli amministratori non vogliono ritirarsi a controllare procedure e regole ma hanno basi solide per entrare nel merito dei contenuti...» Li hanno? «Sono meno pessimista di altri sulla qualità dei nostri amministratori. Io comunque penso che il rischio del confronto con i privati sia inferiore al rischio di non discutere su nuovi contenuti dellofferta culturale». Pochi soldi, grandi vuoti da colmare, risultato: cultura ancora più centralizzata. Mentre gli utenti traslocano nelle hinterland culturalmente inanimate. «Rischio reale ma non inevitabile. Sto lavorando ad alcuni progetti di socialità in Appennino, dove ci sono paesi che si gonfiano di residenti e altri che si spopolano e chiude perfino il bar del paese, figuriamoci il cinema. Non si possono assolutamente abbandonare quei luoghi, né costringerli al pendolariato culturale, né accontentarli con qualche surrogato. Non esiste una cultura scientifica da Appennino e una da capoluogo. La tecnologia aiuta la diffusione della cultura sul territorio; ma io ho trovato un aiuto straordinario in una categoria di persone che sono i veri operatori culturali del territorio: gli insegnanti. Ce ne sono dappertutto, pieni di idee e di voglia di fare, bisogna valorizzarli. Come vede, anche qui non partirei dai soldi, ma dalle persone e dalle idee».
Bologna - "Ripartiamo da Scienza e Umanesimo"
Vittorio Capecchi, sociologo ed economista, ha partecipato al convegno della Provincia di Bologna sulle politiche culturali. Ha sottolineato che la cultura non è solo una questione di finanziamenti, ma anche di contenuti e di idee. Ha criticato la mancanza di politiche culturali diffuse e di centri interculturali, che sono fondamentali per la crescita culturale di una città. Ha anche sottolineato l'importanza della cultura scientifica e umanistica, che sono state trascurate a Bologna. Capecchi ha anche sottolineato che i finanziatori privati possono essere una risorsa importante per la cultura, ma che è importante non lasciarsi prendere la mano da lobby.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo