Riflessioni. Galimberti e la signora Mobilio su una mostra a Napoli Le opere di Kounellis mettono in relazione paradossale la natura e l'artificio. Il filosofo, citando Aristotele e Heidegger, si chiude in un cupo bunker di sapere. Quando l'eccesso di sapienza porta ad ignoranza. Bisogna sapersi educare alle forme e ai linguaggi del proprio tempo L'arte contemporanea può essere una trappola, ma insistere a tutti i costi a non capirla o addirittura rifiutare di guardarla può spingere a dire, per difendersi dalla propria comprensibile ignoranza grosse castronerie. Non solo, per difendersi dalla apparente incomprensibilità dell'arte contemporanea, si possono dire e scrivere cose ancora più incomprensibili. È successo a un brillante intellettuale come Umberto Galimberti nella sua rubrica su D di Repubblica (13 gennaio) nel tentativo di rispondere alla signora Chiara Mobilio che si lamentava, innocentemente e umilmente, di una mostra d'arte, in un museo di Napoli, dove erano stati esposti canarini e cavalli vivi dall'artista Jannis Kounellis. La signora non chiedeva a Galimberti cosa ne pensasse dell'arte in questione, ma cercava, semplicemente, consolazione - da brava animalista immagino - alla sua rabbia nel veder delle bestie essere sfruttate come pezzi d'arte. La signora, per altro felice che la sua città avesse finalmente un bel museo d'arte contemporanea, non riteneva opportuno che un canarino dovesse prendere il posto di un quadro. Tutto qui. Galimberti invece si è sentito in dovere di lanciarsi in difesa della poveretta, come uno di quei boyscout che vogliono obbligare la vecchietta, che non vuole, ad attraversare la strada rischiando di rompergli un femore. La risposta di Galimberti stordisce il lettore con una serie di concetti e citazioni esageratamente colte e sproporzionate alla missione che gli era stata chiesta: salvare il canarino. Anziché dire: «Cara signora ha ragione, un canarino non è un quadro», Galimberti ha scaricato il kalashnikov del suo sapere contro i critici d'arte contemporanea, che concimando con le loro parole roba che non è arte, non sono altro che grandi evacuatori, prezzolati per produrre emozioni. Ha scomodato l'«ener-gheia» di Aristotele, Heidegger, il «sym-bàllein», il simbolo che mette assieme i contrari, se ho capito bene, e l'«ek-statico». A questo punto la signora Mobilio deve aver preso il suo gatto in braccio, si deve essere chiusa in bagno, spaventata per aver provocato tale reazione inconsulta. Essendo il sottoscritto sedicente esperto del settore, ho forse la coda di paglia, ma certo non ero preparato a un attacco alla "Desert Storm" da parte del filosofo che, per altro, ho sempre trovato profondamente stimolante con i suoi interventi e i suoi libri. Tuttavia, temo che questa reazione si debba imputare, come quella di tanti altri che si sentono depositari di un sapere quasi assoluto, al non sentirsi adeguati alle trasformazioni dei linguaggi contemporanei, fra i quali l'arte è uno dei tanti, rinchiudendosi nei misteri dell'antico. Vedere l'arte contemporanea solo come una mega truffa ai danni dello spettatore è sia riduttivo che banale e, se mi è consentito, come diceva un mistico casentinese, amico di mio zio, un signalis ignorantia cognoscentia, ovvero, traducendo in soldoni, un segno d'ignoranza dovuto alla troppa conoscenza. Non chiedo a Galimberti di abbracciare la causa della produzione artistica contemporanea, e non nego che certe opere d'arte dei nostri giorni abbiano qualche difetto congenito, ma lo pregherei di non rifugiarsi, per timore, nel bunker dello scibile creando, come ha fatto con la sua risposta, una situazione paradossale, dove sono le sue parole a diventare concime per il proprio sapere e non un aiuto al lettore, come ogni rubrica di posta dovrebbe essere. L'arte secondo Galimberti dovrebbe, anzi deve, flettere l'inflessibile, ma a questo punto ci sarebbe utilissimo anche un solo esempio che venisse a sostegno di questo bellissimo, e vero, concetto. Perché le parole, non solo l'arte, devono dare la possibilità di riflettere e non essere solo il riflesso di se stesse. Alla signora Mobilio rispondo anche io. Primo, dicendo che i canarini nella gabbia o i cavalli nel museo sono trattati meglio, proprio per il timore di lettere come la sua, che quelli del negozio di animali o quelli nella stalla dei corazzieri del presidente della Repubblica. Secondo, provando a spiegare quello che l'artista ha voluto fare, ovvero proprio ciò che Galimberti dice l'arte non riesca più a fare, mettere a confronto due cose incongruenti, la creatura della natura, l'uccellino, e la creazione artificiale dell'uomo, l'opera d'arte, creando un dialogo, forse impossibile, fra arte e natura, fra l'inerte e l'inerme, fra la morte e la vita. Esiste una paideia contemporanea, che non è un piatto tipico spagnolo, ma una parola greca che credo voglia dire sapere educarsi a comprendere le forme e la cultura del proprio tempo, anche se fanno, a volte, un po' schifo e il processo è un po' faticoso.