Capire il passato è ricrearlo. Per verificare un'ipotesi bisogna portare delle prove sperimentali e il test deve essere ripetibile Non si contano gli interrogativi ai quali l'archeologia tradizionale non potrebbe dare risposta senza l'aiuto di una giovane disciplina, che già si fa onore, l'archeologia sperimentale. Con metodi rigorosamente scientifici, gli archeologi sperimentali studiano le tecnologie del più lontano passato per riprodurle il più fedelmente possibile. I loro esperimenti si basano sul metodo galileiano. Occorrono prove su prove, per verificare se un'ipotesi è attendibile oppure no. E l'esperimento decisivo deve essere ripetibile in qualsiasi momento e luogo. Così è stato possibile dimostrare che gli uomini della preistoria riuscivano a fondere i metalli usando come combustibile l'olio d'oliva. L'ipotesi era stata avanzata dall'archeologa Maria Rosalia Belgiorno, responsabile della missione del Cnr a Cipro e autrice di una scoperta straordinaria: un'officina, quasi un polo industriale, di 4mila anni fa, sepolta da un terremoto, a Pyrgos. Con i criteri dell'archeologia sperimentale potranno essere colmate tante lacune. Per esempio: erano veramente modellati sulle zucche a lungo collo, caratteristiche di Cipro, i famosi vasi sferici dell'età del bronzo, trovati a Pyrgos dalla Belgiomo? E con quali trattamenti gli artisti etruschi riuscivano a far durare i colori sulle pareti delle tombe, se le tecnologie pittoriche necessarie sono comparse molto tempo dopo? Un forte impulso allo sviluppo dell'archeologia sperimentale viene proprio dalla scoperta dell'officina industriale di Pyrgos. Si tratta di un evento unico, perché permette di studiare molte tecnologie antiche, a partire dalla metallurgia. A Pyrgos si inaugura una collaborazione molto stretta tra archeologia tradizionale e archeologia sperimentale. «Tutti i forni finora trovati nell'opificio contenevano residui di olio. Allora abbiamo rifatto l'intero processo metallurgico, usando olio d'oliva, e abbiamo ottenuto esattamente ciò che avevamo trovato nel terreno», racconta la direttrice degli scavi. Con lei collabora Angelo Bartoli, direttore di Antiquitates, uno dei pionieri dell'archeologia sperimentale in Europa. Bartoli ha ripetuto la prova e ha fuso più volte il rame con l'olio d'oliva, sia a Cipro che nel suo laboratorio di Civitella Cesi (Viterbo). A Cipro, Maria Rosaria Belgiomo ha scoperto anche le antiche tecniche per produrre profumi e, con l'aiuto di Bartoli, le applica con successo. «Ora abbiamo coltivato le zucche tipiche di Cipro, che una volta ricoperte di argilla, levigate e decorate, saranno cotte nel forno per replicare i vasi ciprioti». Seguiranno l'esperimento le archeologhe Concetta Cappelletti e Laura Mattioli. Così un altro mistero sta per essere svelato. Da anni, Maria Rosaria Belgiomo studia a Pyrgos anche le tecniche preistoriche per produrre sete, lane e tappeti, e per colorarli. L'obiettivo è ricostruire antichi telai e farli funzionare. Tra le prossime tappe, la riproduzione dei farmaci antichi. A Civitella Cesi, in collaborazione con Parcheologa Paola Di Silvio, Angelo Bartoli riproduce anche forni per ceramiche e applica colori e tecniche pittoriche caratteristiche della ceramica etrusca. Ma come si arriva alla certezza che tecnologia, utensili e materiali impiegati dall'archeologo sperimentale siano proprio quelli adoperati in epoche antiche? Serve il metodo delle "tracce". Quando mancano indicazioni precise o esistono quesiti irrisolti, le rigorose regole della nuova disciplina impongono che si formulino varie ipotesi da sottoporre a verifica sperimentale. Ecco un esempio di esame comparativo di un vaso antico e della sua riproduzione. «Del vaso antico raccogliamo, con le opportune analisi, i dati archeometrici. La ceramica funziona come una spugna: assorbe liquidi e materiali, che poi rimangono nei pori come residui. Immaginiamo che il vaso antico contenesse olii profumati», spiega Maria Rosaria Belgiorno. E aggiunge: «Usiamo un vaso riprodotto per la sperimentazione, per produrre un olio profumato. Poi lo svuotiamo, laviamo e asciughiamo, e lo sottoponiamo alle stesse analisi compiute sul vaso antico. Se i residui del procedimento saranno gli stessi, l'esame avrà avuto esito positivo». A volte si prova per anni, osserva Angelo Bartoli. L'attività di archeologo sperimentale esige un severo impegno: aggiornamento continuo, nelle biblioteche e nei musei, e un'abilità manuale capace di sfidare quella, ritenuta quasi irraggiungibile, dell'uomo antico (perciò i centri dell'archeologia sperimentale non hanno nulla a che vedere con i "parchi archeologici", anche spettacolari, allestiti soprattutto per fini divulgativi e per attirare i turisti). Tra i laboratori più accreditati, oltre ad Antiquitates, l'Experimental Centre di Lejre, in Danimarca, e Archeosite, ad Aubechies in Belgio, creato e diretto da Leonce Demarez, scomparso poco tempo fa, maestro e collega di Angelo Bartoli, che con lui ha collaborato a lungo. Schegge di lancia Lavorare la pietra. Non impiegava giorni ma soltanto trenta minuti l'uomo dell'età della pietra, ingiustamente ritenuto rozzo, per scheggiare e levigare una selce e ricavarne una ben affilata punta di lancia. Lo hanno dimostrato, con un'esercitazione pratica, gli specialisti del Centro di archeologia sperimentale di Lejre in Danimarca. «Gli uomini della preistoria conoscevano la linea di fessurazione della selce; davano un colpo secco e il nucleo si poteva dividere anche in dieci schegge», dice Maria Rosaria Belgiorno. Per lavorare la pietra usavano vari tipi di martello: di osso, corno, basalto e legno. Per fare asce e coltelli si servivano di strumenti leggeri. Le loro tecniche si rivelano cosi raffinate che un uomo moderno incontra non poche difficoltà per apprenderle. La selce era lavorata per fabbricare armi, ma anche falci di legno, con denti di pietra, per la mietitura. Come una volta L'essenza della preistoria Oli e profumi. Per riprodurre i profumi antichi, occorrono procedure raffinate: macerazione e distillazione. La prima tecnica richiede che fiori e foglie siano pestati su una macina di pietra e messi in infusione a caldo, in acqua piovana, con olio d'oliva. Dopo cinque giorni, gli olii delle essenze entrano nell'olio d'oliva, e il profumo è pronto. Per la distillazione, invece, le spezie si mettono nell'acqua piovana, in una pentola coperta da una testa di alambicco con lungo versatolo (o spout); questo viene infilato nel collo di una brocca adagiata in un bacile pieno d'acqua fredda. Sotto la pentola si accende il fuoco, e il vapore, ricco di profumo, sale attraverso la testa dell'alambicco, passa nello spout e, trovando un ambiente freddo, si condensa. Si ottiene così un'essenza profumata, con piccole gocce di oli essenziali. Dice Angelo Bartoli: «Siamo riusciti a estrarre le essenze proprio come si faceva nella preistoria». Il rosso e il nero per i vasi Forni per ceramica. Com'erano fatti i forni per cuocere la ceramica? L'archeologia sperimentale ha riprodotto il modello originale, dipinto su un vaso greco. «Abbiamo ricostruito camera di combustione e forno per la cottura. Veniva acceso, e poi parzialmente sigillato. Restava infatti aperto uno sfiatatoio, nella parte superiore, per evitare deformandosi il gas, il forno scoppiasse», spiega Bartoli. Era cotta così la più pregiata ceramica etrusco-italica e quella attica. Per ottenere la ceramica a figure rosse, il forno deve raggiungere gli 830-880 gradi. Per quella a figure nere, invece, si toccano i 1000-1050 gradi, e il forno va completamente sigillato. Si forma una condensa di fumo e si fissa la vernice di manganese riducendo l'ossigeno. Il risultato richiama i magnifici vasi a figure nere che si ammirano nei musei. C'era una capanna Focolare domestico. La capanna preistorica disponeva, all'interno, di un piccolo forno per riscaldare i cibi,«come un forno a microonde, ed era molto per dimore di 4000 annifa», dice Angelo Bartoli, che ha ricostruito, a Lama dei Peligni, nel parco nazionale della Maiella, un'abitazione del periodo neolitico. La capanna, a pianta ellittica, ha uno scheletro fatto di legno di alberi ed è coperta con un rivestimento di giunchi. Bartoli considera punto di riferimento per i suoi studi la casa di Noia (Napoli) che fa parte di un villaggio sepolto dalla cenere dopo l'eruzione del Vesuvio avvenuta nel 1850 a.C. Quel villaggio, venuto alla luce durante gli scavi (fino a 9 metri nel sottosuolo) per le fondamenta di un supermercato, è considerato la Pompei della preistoria. Solo 900 anni dopo, nel settimo secolo a.C, le abitazioni saranno coperte con tetto e tegole, e comincerà l'evoluzione dalla capanna alla casa. Pigmenti duraturi I colori degli Etruschi. L'archeologia sperimentale può sciogliere anche il rebus della pittura etrusca: perché duravano i colori dei dipinti vascolari e parietali? Gli Etruschi impiegavano alcuni pigmenti di base, tra cui: il bianco (ottenuto dalla calce triturata), l'azzurro (dal minerale azzurrite), il rosso (dal cinabro o dal monossido diferro), il nero (dal carbone) e il verde (dalla malachite). Sopra probabilmente - stendevano uno strato di fissante, ma non si sa quale. Su lastre fittili, Bartoli ne ha usati vari tipi, tra cui fiele di bue, chiara e tuorlo d'uovo separati, latte di fico. «Si tratta di stabilire se i pittori applicavano il fissante prima o dopo la cottura. Occorrono analisi complete», afferma. Nelle isole della Grecia, il fissante preferito era il siero di latte che resta dopo la produzione dello yogurt. Sembra che sia stato usato anche nel palazzo di Cnosso, a Creta. Ma è improbabile che questa tecnica sia arrivata fino agli Etruschi.