Casasanta testimone al processo che vede imputata Marion True, la curatrice del museo di Malibu «Mi perdoni questa corte, ma io non sono pentito per quel che ho fatto. Dovrebbero anzi farmi senatore a vita»: parole di Pietro Casasanta, che definire «ex tombarolo» è poco, per via dell'eloquio, delle conoscenze internazionali, della galleria che aveva in centro negli anni Sessanta, zeppa di pezzi antiquari di gran pregio. Ieri, in un'aula affollata di giornalisti e tv di tutto il mondo, Casasanta è stato ascoltato come testimone nel processo dalle plurime ramificazioni che vede imputati l'ex curatrice del Getty Museum di Malibu, Marion True, e il noto mercante d'arte Bob Hecht. Il reato contestato: associazione a delinquere e ricettazione, in uno scenario da intrigo internazionale popolato di trafficanti, tombaroli, galleristi, operatori di musei. «Senza persone come me migliaia di gioielli archeologici sarebbero andati persi per sempre ha rivendicato Casasanta . Sepolti sotto colate di cemento come a Cerveteri, o al Ponte della Scafa, ad Ostia, dove i camion scaricavano insieme con la terra preziose sculturine antiche». «Altri tempi sottolinea Italia Nostra, parte civile nel processo in cui non c'erano ancora il ministero dei Beni culturali e il comando tutela patrimonio artistico, poi culturale, dei carabinieri». «Io ho sottratto la Triade capitolina e il volto d'avorio, attribuito a Fidia, rinvenuto vicino Anguillara, alla perdita sicuraha ricordato il teste I reperti archeologici finivano alle case d'aste straniere, per poi rientrare in Italia, finalmente legali». Al collegio presieduto da Gustavo Barbalinardo e al pm Giorgio Ferri ha fornito inoltre uno squarcio su alcune grandi famiglie, a cui avrebbero attinto alcuni prestigiosi musei, dai magazzini «così stracolmi di reperti, che solo in moto li si poteva visitare tutti». Altri tempi, per fortuna.