Per il gip quei lavori potevano danneggiare la necropoli CAGLIARI. Sequestro confermato, i sigilli al cantiere di viale Sant'Avendrace restano e le tombe puniche minacciate dai bulldozer sono salve. L'ha deciso il gip Roberto Cau in linea con le norme contenute nel codice Urbani. Indagati il titolare dell'impresa Raimondo Cocco (58 anni) e il direttore dei lavori Giuseppe Faggioli (40). L'accusa: aver proseguito i lavori di costruzione del palazzo in barba alle ordinanze emesse dalla Regione e al provvedimento cautelare firmato a novembre e reiterato a dicembre dal servizio tutela del paesaggio, che imponeva uno stop agli scavi di novanta giorni. Chiarissima la motivazione del giudice: i lavori devono essere fermati perché gli scavi hanno portato alla luce un sistema di grotte e di emergenze archeologiche connesse all'area di Tuvixeddu e di Tuvumannu. Non solo: la Regione ha avviato la procedura di dichiarazione del notevole interesse pubblico del sito, una decisione annunciata con la delibera del 12 maggio 2006. Iniziative sulle quali l'impresa Cocco, attraverso l'impresa Edilcasa, aveva pensato di poter sorvolare, n sequestro del cantiere, chiesto dalla Forestale l'otto gennaio scorso, è ancorato proprio a questa scelta e il gip l'ha confermato nel timore che lasciando «la disponibilità dell'area agli indagati le conseguenze del reato possano essere aggravate». Ora il legale dell'impresa Cocco, l'avvocato Carlo Fanari, potrà ricorrere al tribunale del riesame. Nel frattempo però il cantiere è congelato. Come dire che la Regione potrà mandare avanti la procedura di esproprio per pubblico interesse annunciata dal presidente Renato Soru, che vorrebbe fare di quella superficie ai piedi del colle di Tuvixeddu l'ingresso principale al futuro parco archeologico pubblico. La decisione del giudice era attesissima ai piani alti dell'amministrazione regionale per i riflessi che ha sulle scelte legate all'area di Nuove Iniziative Coimpresa: all'ordinanza di sospensione dei lavori in corso attorno alla necropoli punico-romana il capofila Gualtiero Cualbu si è opposto annunciando di voler andare avanti. Ora parla di ricorsi per via amministrativa ma la determinazione della Regione cui sembra affiancarsi idealmente la Procura, impegnata nei primi passi di un'inchiesta penale su Tuvixeddu va crescendo di giorno in giorno, fondata com'è su norme piuttosto chiare. Se Coimpresa e il comune di Cagliari sventolano l'accordo di programma firmato nel 2000 ribadendone la validità, le norme del codice Urbani e quelle del nuovo Piano paesaggistico regionale conducono a direzioni opposte. La lettera a9 dell'articolo 150 prevede infatti che la Regione possa inibire «lavori senza autorizzazione o comunque capaci di pregiudicare il bene» e prevede la diffida anche «a lavori iniziati». Sempre il codice Urbani stabilisce la prevalenza su qualsiasi altro titolo della pianificazione paesaggistica. Ed è proprio a queste norme che il direttore del servizio tutela paesaggio di Cagliari, Antonio Salis, ha fatto riferimento il 12 gennaio scorso quando ha chiesto all'amministrazione Floris di intervenire per bloccare i lavori sulla base del notevole interesse pubblico dell'area sulla quale l'impresa di Cualbu vorrebbe costruire 400 unità abitative per quasi tremila abitanti, con strade e vie a accesso, un progetto oggi in bilico, perché grazie anche al pronunciamento favorevole del gip Cau la Regione potrà fare nuovi passi a difesa dell'area storica. Il prossimo, peraltro già annunciato, potrebbe essere l'avvio della procedura di esproprio. Sarebbe un colpo durissimo per Coimpresa, i cui rappresentanti sono stati più volte invitati da Soru a ridiscutere l'accordo del 2000. Il presidente della Regione ha ipotizzato un trasferimento delle volumetrie concesse su altre aree, come quelle che l'esercito si appresta a dismettere a Cagliari e dintorni. Di certo Cualbu non potrà far finta di nulla, il cantiere è sospeso e a rischio di sequestro cautelativo. Diverso il piano civilistico del rapporto Coimpresa-enti pubblici: l'accordo di programma conserva il suo valore e peserà se si dovesse passare al capitolo risarcimenti. Ma nessuna legge vieta all'amministrazione regionale di disattenderne il contenuto, soprattutto se tra la firma e l'avvio della fase esecutiva intervengono come è accaduto nuove norme e una nuova pianificazione paesaggistica. In altre parole: la Regione può cambiare idea, il privato è garantito dal diritto a un giusto risarcimento. A meno che l'inchiesta penale della Procura non apra altri scenari.