LE IDEE Abituato a vivere come sul set di un reality show - con quello stile strillato, violento e non di rado volgare che gli ha assicurato fama mediatica e benessere economico - Vittorio Sgarbi sembra incapace di assumere quel minimo di serietà, coerenza, senso di responsabilità ("decenza quotidiana" avrebbe sintetizzato Montale) necessari a un buon amministratore pubblico. La notizia, annunciata laltro giorno in Triennale, di una prossima mostra sulla street art al Pac, è esemplare delle contraddizioni che hanno segnato questi primi mesi del suo assessorato, francamente deludenti anche per chi (come il sottoscritto) era pronto a dargli credito. La mostra sui graffitari appare insensata per diversi motivi. 1) È stata concepita in maniera frettolosa, per tappare un buco lasciato da unaltra mostra (Luigi Serafini), annunciata a luglio e poi saltata. Come quelle sui Cinesi e Lachapelle a palazzo Reale, previste a febbraio e puntualmente saltate. Segno di grande confusione, se non di allarmante incapacità progettuale, sotto il cielo di palazzo Marino. 2) Viste le premesse, non si capisce che cosa questa nuova mostra possa aggiungere al già detto (fin troppo) sullarte (interessante, ma sopravvalutata) dei graffitari. Tanto più che una mostra analoga è stata appena allestita alla Bovisa. 3) Portare i graffitari al Pac è un po come portare le figurine Panini al Louvre. Cè uno scarto troppo vistoso tra la vocazione dello spazio e i contenuti dellesposizione. Potrebbe essere colmato solo da una mostra davvero importante. Del che, dati i tempi frettolosi, è lecito dubitare. 4) Così come è lecito anche un altro dubbio. Che questa mostra, più che alla città, serva principalmente a Sgarbi. Il quale, a colpi di frasi a effetto come limprobabile paragone tra i graffiti del Leoncavallo e gli affreschi della Cappella Sistina, avrà assicurate ancora una volta le prime pagine dei giornali e i servizi delle televisioni: succubi del suo facile protagonismo, garanzia di titoli a effetto ma orfani di contenuti. Peccato, perché Sgarbi assessore alla cultura era una scommessa che a mio giudizio valeva e forse vale ancora la pena di giocare. Sgarbi è dotato di intelligenza brillante, ottima cultura, genuina simpatia e perfino squisita gentilezza (almeno fino a quando il Mr. Hyde che abita in lui non prende il sopravvento). Le sue provocazioni, eccessi a parte, spesso sono azzeccate. Quando sostiene, ad esempio, il recupero di certi artisti figurativi contemporanei ingiustamente accantonati, perché presunti reazionari, da una critica viziata di snobismo. O quando contesta lesito (effettivamente discutibile) dei costosi lavori finanziati dal Comune per il Museo della Reggia a Palazzo Reale. Sta di fatto però che sei mesi (abbondanti) dopo il suo insediamento, a parte leffervescenza delle provocazioni e la bulimia degli annunci, si è visto poco. Ogni giorno, ogni occasione è buona per parlare. Di tutto. Ma questa montagna di parole non ha prodotto un programma credibile e affidabile. A Brescia, per non andare lontano, il calendario delle grandi mostre viene presentato con un paio danni di anticipo, e rispettato. A Milano, non si riesce a sapere che cosa accadrà - e dove - da un mese allaltro. Né sulle mostre, né su altri argomenti importanti. Il museo darte contemporanea, ad esempio. Bocciata lipotesi Bovisa, un giorno si parla di Bicocca, un altro del Garage Traversi, ma non si stringe mai su un progetto. Così comportandosi, Sgarbi conferma i (pre)giudizi dei suoi detrattori e delude i suoi estimatori. Finora, dalla sua nomina ci ha guadagnato soltanto lui (le sue comparsate in televisione si erano diradate, da quando è assessore grida e pontifica quasi ogni giorno, e ogni volta sono lauti guadagni). La città sta ancora aspettando. Una modesta proposta: stia zitto e lavori (con i suoi numerosi consulenti) per un mese di fila. Poi ci dica finalmente qualcosa di chiaro.
MILANO. Caro Sgarbi il Comune non è il set di un reality
Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura di Milano, ha annunciato una mostra sulla street art al Pac, ma la sua progettazione è stata criticata per essere frettolosa e insensata. La mostra è stata concepita per tappare un buco lasciato da un'altra mostra e non aggiunge nulla al già detto sull'arte dei graffitari. Inoltre, il suo stile strillato e volgare è in contrasto con la vocazione dello spazio. Sgarbi è stato criticato per la sua incapacità di assumere un minimo di serietà e responsabilità, e per aver utilizzato la mostra per aumentare la sua fama mediatica. La sua assunzione è stata deludente e ha confermato i pregiudizi dei suoi detrattori.
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