LINTERVISTA 51 anni, si definisce un tecnico: "Entro in punta di piedi nel segno della continuità" «Mi sento un tornante di fatica». Si definisce così Giovanni Gozzini, sia nel calcio che come futuro assessore, raggiunto al telefono di fronte ad uno skylift in Val Badia. Sta già cercando un sostituto per il suo posto di direttore del Gabinetto Vieusseux: «Non sono ruoli incompatibili, ma non ritengono giusto restare. Lavoro alluniversità, non voglio troppe cariche: non sono Montezemolo. Al Vieusseux cè già Enzo Cheli». La parola chiave del neo assessore Gozzini è «assoluta continuità. Ho avuto due ottimi predecessori, Siliani e Leonardo Domenici, che hanno avviato cose da portare a termine. Cè Italia Wave, sui cui ci giochiamo di più che la faccia. Cè la fondazione Palazzo Strozzi, forse il più grande esperimento di collaborazione tra pubblico e privati sul tema dellofferta culturale in Italia. Abbiamo un direttore valentissimo, Giuseppe Gherpelli: io entro in punta di piedi». In questi anni, lEstate fiorentina è cresciuta, sono arrivati eventi eccezionali come Benigni in Santa Croce, ora le novità di Italia Wave e della Fondazione Strozzi. Timore di confrontarsi con tutto questo? «Cè un ricco tessuto in città che va salvaguardato. Un assessore alla cultura deve essere uomo di fatica ma anche girare, contattare persone nel mondo, guardare mostre e portarle a Firenze. Non credo al termine "evento culturale". È un ossimoro: la cultura è qualcosa che resta, fosse anche solo nella testa delle persone che vanno ad un concerto». Gozzini, è iscritto a qualche partito? «No, non più. Sono un tecnico. Se in questo campo ha un significato: essere tecnici nella cultura, significa anche fare politica». Ha pesato essere amici di lungo corso del sindaco Domenici? «E vero: siamo stati compagni in Fgci. Con lui, Giorgio Van Straten e Marisa Nicchi organizzammo un convegno sui dissidenti dellEst, fine anni '70, finito sotto lattenzione del Kgb dellepoca. Ma non credo di esser stato lunico sentito per lassessorato: forse sono stato lunico in grado di dirgli di sì. Anche perché io non potrò mai dirgli di no. Spero che succeda lo stesso con me. E poi, basta parlarci 5 minuti, e ci siamo già capiti». Da sempre voce e commentatore di Controradio. La lascerà? «No: ho posto come condizione che alcune cose della mia vita non cambiassero. Come la trasmissione con Van Straten, che ti mette in rapporto con una platea strana, non solo di estrema sinistra. Cè bisogno di laicità nella politica: uno fa un lavoro, aiuta la città, ma la sua vita rimane. Sennò si resta chiusi nelle proprie stanze». Rock o Dante in Santa Croce? «Devi fare tutto: il pubblico è eterogeneo, preparato ed intelligente. Dobbiamo produrre cultura che piaccia, istruisca e torni utile prima di tutto ai fiorentini, che sono tra i più esigenti sulla faccia della terra. Se faremo cose che piacciono a loro, piaceranno a tutti, anche a livello internazionale». Ha una idea già pronta? «Mi piacerebbe copiare una cosa: le lezioni sulla storia della città fatte allAuditorium di Roma, tenute da massimi esperti internazionali capaci di parlare a tutti, anche a chi non fa cultura per mestiere. Per far riappassionare i fiorentini alla storia della città». (m. f.)