UN TêTE A TêTE CON LA STATUA DELLATLETA lo trovò un subacqueo era incastratO fra le rocce era destinato a una villa sulla costa dalmata Esaurita la folla natalizia trascorrono ore intere in cui resta da solo nella sua stanza bianca È molto alto, ha guance piene e muscoli imponenti Ma ha mani piccole ed è snello dalla vita in giù Se sapete tenere un segreto, ho un affare da suggerirvi. Prendete un treno per Firenze, e venite a vedere la statua di bronzo pescata nellAdriatico croato di Lussino nel 1999, meravigliosamente restaurata, ed esposta in una saletta abbagliante del Palazzo Medici Riccardi. Dovete sbrigarvi, però: chiude il 30 gennaio, dopo di che in Italia non sarà più possibile vederla. A meno che siate fra i quasi 60 mila che lhanno già vista, dal 30 settembre a ora. Dovè laffare? Nel fatto che, esaurita la folla natalizia, ci sono ore intere in cui il giovane Atleta resta solo nella sua stanza bianca, e voi potete stargli di fronte, e girargli attorno - nemmeno i destinatari antichi avevano un privilegio simile, se davvero la statua era collocata in una nicchia - e farvi unidea di lui e della lontananza di millenni e di naufragi da cui viene, e finalmente farvi unidea di voi stessi, al paragone. Non tanto il paragone fisico, che è soverchiante: qualunque età abbiate voi, lui ha più di duemila anni e ne ha sì e no diciannove. È alto un metro e 92 - i suoi contemporanei in carne e ossa saranno stati sì e no un metro e mezzo, e anche Paride, anche Platone - ha guance piene, capezzoli e labbra rosse di rame e capelli a ciocche di fiamma. Ha muscoli imponenti sul collo, le spalle e gli avambracci, ma diventa più snello e slanciato dalla vita in giù, e ha piedi e soprattutto mani piccole e delicate, come le orecchie, sicché mi pare improbabile che si trattasse di un pugile, o di un pancraziaste (cioè di un atleta di kick-boxing) e nemmeno di un lottatore. Dalla rivelazione dei bronzi di Riace in qua, sono le natiche ad affascinare soprattutto spettatrici e spettatori, mentre il pene, pur curatissimo - il pube è un inserto a sé nella fusione - è manieratamente piccolo, perché nella Grecia classica sono itifallici o hanno un grosso membro solo i satiri e le creature banausiche, manovali e genti meccaniche. Ritratto dopo la gara in cui si è cimentato, e forse ha vinto (sarebbe troppo bello che si fondesse una statua allatleta sconfitto), il giovane sta detergendosi, e per questo si chiama apoxyomenos, benché lo strumento col quale si raschia via lolio, lo strigile, sia perduto. È una copia, ma bellissima e preziosa, di un originale perduto della metà del IV secolo a.C., una copia ellenistico-romana del II-I secolo a.C.. Ne esistono altre sette versioni, in marmo, bronzo e basalto. La più simile, in bronzo, uguale per dimensioni ma più tozza, cosiddetta dellAtleta di Efeso, è custodita a Vienna. Fu ritrovata nel 1896, lo stesso anno dellAuriga di Delfi, spezzata in 234 frammenti al suolo, circostanza rara, perché quasi tutte le grandi statue di bronzo antiche superstiti - poche decine in tutto sulle decine di migliaia che popolavano la Grecia - sono state trovate nel fondo del mare, dove finivano per naufragio, o perché le navi minacciate dalla tempesta se ne disfacevano per alleggerirsi, o perché venivano sfregiate e gettate nella discarica marina. Se no, venivano rifuse per farne armi utensili e monete. La nostra era incastrata fra due rocce sul fondo di sabbia a 45 metri, e lì la vide, beato lui, un subacqueo belga. LOpificio delle Pietre Dure di Firenze, che fu già protagonista del miracolo dei bronzi di Riace (vi ricordate: prima che il furor di popolo ne decretasse la meraviglia erano stati messi discretamente in mostra soltanto come un esempio delle tecniche di restauro!), ha collaborato con i croati alla pulitura della statua, che ha preso sei anni, guadagnando così a Firenze lonore di ospitare il giovane fusto. Colpisce in lui una concentrazione interiore, che è quella che induce lo spettatore a guardarsi quasi istintivamente dentro: più misteriosa, dal momento che linterno della statua è interamente svuotato, e da qualche fessura nella chioma si intravede la testa vuota, e anche gli occhi, che hanno perso la pasta di vetro della cornea e delliride, così svuotati hanno una lontananza suggestiva. Insomma, ammesso che abbiate voglia di risentirvi addosso la sensazione demoralizzante ed esaltante che suscita lapparizione della bellezza, e di fare un esame di coscienza, è qui che dovete venire, finché siete in tempo, e ora che potete, con un biglietto di 5 euro (che comprende il Benozzo Gozzoli e il Filippino Lippi e il Luca Giordano del palazzo: non di mercoledì), riuscire a restare soli col giovane Atleta: impagabile corto circuito che mette luno di fronte allaltro proprio lui, dalla sua lontananza, e proprio voi, alla tal ora del tal giorno di gennaio del 2007, e poi mai più, e ognuno per la sua strada. Mi sarete grati del consiglio. È per questo, del resto, che la gente ordina il furto dei grandi capolavori, per potersi intrattenere in privato con loro, tête à tête, corpo a corpo, e poi venga pure la galera. Lorganizzazione contemporanea delle belle arti consente a chi sappia regolare la propria agenda lussi così inebrianti, per esempio al Museo di Reggio Calabria con la coppia fatata dei guerrieri di Riace, in un allestimento mirabile che raccoglie altri resti del relitto fra cui due magnifiche teste di bronzo. Oppure a Mazara del Vallo, dove riposa - ma no, non riposa mai, inarcato comè nella sua danza estatica - il Satiro, reduce dalle mostre romane e giapponesi, due metri e mezzo di bronzo, e la capigliatura più aerea della storia, pettinata a freddo col bulino dopo la fusione. (O ancora, per fare uneccezione marmorea, il cosiddetto efebo di Mozia, perché anche a Mozia si possono trascorrere interi pomeriggi invernali da soli con lui, e fantasticare sulla mano mutila che sembra ghermirgli il fianco). A Malibu devessere raro trovarsi da soli a tu per tu con lAtleta di Fano, che hanno voluto arrogantemente intitolarsi come Getty Bronze: se tornasse a Fano, in capo a un anno si potrebbero fissare appuntamenti privati con lui che si incorona vittorioso. LAuriga di Delfi, che non conobbe il fondo marino, è bellissimo, ma ha meno bisogno desser guardato in solitudine, perché quelle briglie sparpagliate allaria che hanno perduto cavalli e quadriga ne fanno il più eloquente monumento allarte del pubblico governo: quale governante non somiglia al guidatore che tenga in pugno le redini o il timone, ma non abbia più né il carro né la nave, e annaspi nellaria? Questo incontro con lestrema lontananza è quello che chiamiamo variamente destino, aura, magia. Su queste pagine Salvatore Settis diede la sensazionale notizia dellApollo che uccide la lucertola, forse loriginale di Prassitele, arrivato al Museo di Cleveland, forse dalla Svizzera, e senzaltro dallOlimpo. Quando nel 1820 fu ritrovata la Venere di Milo, lemozione fu enorme. Nel 1837 Prosper Mérimée, che campava di beni culturali, riscrisse lantica leggenda della statua femminile di bronzo che sinnamora e uccide il giovane incauto che le ha messo al dito lanello nuziale, "La Venere dIlle". Le grandi statue di bronzo femminili sono più rare, e forse sarebbero più emozionanti da incontrare: la più attraente è la cosiddetta Demetra del Museo di Izmir (o Lady from the sea, o Signora della Malinconia) pescata - solo il viso e il busto - nel 1953. Ma i greci delletà classica preferivano annettere la stessa qualità femminile alle sculture maschili. Nel caso che siate meno interessati allincontro personale con la bellezza venuta da lontano, può darsi invece che siate appassionati alla storia antica dei topi, o dei noccioli di pesca. Venite, a maggior ragione. Quando, duemila anni fa, la statua giaceva al suolo per qualche rovina, dei topi vi si erano infilati da un foro nel piede divelto dal piedistallo, avevano usato come magazzino la gamba destra, e come tana il braccio sinistro. Poi la statua fu recuperata, caricata sulla nave che doveva trasportarla a qualche ricca villa della costa dalmata, e infine andò a fondo, e ci rimase per diciotto secoli. Ripescata, conservava ancora al suo interno le tane di erba morella, e i gusci di noce, i noccioli di oliva, di ciliegia e di pesca, i resti di fichi, intaccati dal morso dei roditori. La combinazione fra la perennità solenne del bronzo e leffimera tenacia roditrice dei topi vi farà ulteriormente riflettere: finché i dieci metri che separano il bagliore olimpico della saletta dal traffico di via Cavour vi restituiranno allusata ottusità. Passerete sotto il campanile di Giotto senza neanche alzare la testa, perché state chiamando vostra cognata al telefonino: «Dove sei? Indovina dove sono».