Il più celebre museo del mondo aprirà una sua «succursale» ad Abu Dhabi. Le trattative, pur tra polemiche e opposizioni, sono già a buon punto. Si vende il «logo» e si prestano le collezioni. Il tutto «vestito» dall'architetto Jean Nouvel Non è detto che i ricchi turisti sul Golfo persico vedranno proprio le splendide curve della Venere di Milo o il sorriso più enigmatico del globo, quello della Gioconda, ma sculture, dipinti, mobili e gioielli antichi, porcellane sotto il marchio di un Louvre d'Arabia, questi sì che potranno goderseli. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati arabi uniti fra il mare e le sabbie, dove fra quattro-cinque anni aprirà un museo Guggenheim a firma dell'architetto Frank Gehry (lo stesso di Bilbao), gli sceicchi vogliono fortissimamente vogliono una succursale del museo parigino con - requisito vincolante - il marchio a far bella vista di sé: aprirà perciò il Louvre Abu Dhabi fintante che il neo-museo della città araba non avrà rastrellato opere d'arte nel mondo per formarsi una sua collezione. Dopo 20 anni il marchio Louvre decadrebbe e secondo Le Monde gli Emirati sgancerebbero in tutto circa 700 milioni. L'edificio potrebbe progettarlo l'architetto francese Jean Nouvel in un nuovo enorme complesso turistico fra un paio di campi di golf un porto turistico e hotel a chissà quante stelle. I negoziati, alle battute finali, scivolano via riservatamente con il governo perché Chirac ne è un caloroso promotore e perché c'è anche altro che passa sopra sotto e intorno al tavolo delle trattative: negli Stati del golfo i francesi esportano merci di lusso, armi, i caccia Mirage, lì manderanno quattro superjumbo A380, e da quelle parti c'è tanto oro nero... E poi qui non si tratta di semplici prestiti di opere: noi paghiamo profumatamente - dicono gli sceicchi - in cambio ci date pezzi di collezioni a lungo termine e il marchio. Va da sé che il progetto in Francia ha scatenato un diluvio di proteste confluite in una petizione con 2.000 firmatari tra cui pezzi grossi dell'establishment storico artistico francese e internazionale come Jean Clair, direttore del Museo Picasso fino al 2005, già responsabile di una Biennale di Venezia, l'ex direttrice dei musei statali francesi Françoise Cachin. L'accusa è: così si svende un capitolo dell'identità storica e culturale di Francia per un'operazione che è tutta mercantile e fuori contesto, il nome Louvre sotto il sole abbagliante del Golfo è come un miraggio di un'astronave posto, le collezioni vanno mantenute integre, non smembrate. Ha replicato il presidente del Louvre, Henri Loyrette: «L'operazione si inscrive nell'internazionalizzazione dei musei condotta dall'Hermitage di San Pietroburgo o dal British Museum di Londra. Il Louvre non può essere da meno. Inoltre non diamo opere in affitto: con un'esposizione chiavi in mano ci può essere sia un ritorno finanziario sia una percentuale sugli ingressi della mostra».