Parlano Acidini, Leon, Guzzo, Bottini, Proietti e Gorla Che effetto fa immaginare un Louvre d'Arabia agli addetti ai lavori? Gli fa accapponare la pelle? Orbene, no, almeno non chi abbiamo interpellato, a patto di rispettare alcuni requisiti. Come il non snaturare collezioni né svuotare sale di musei, di attingere soprattutto ai depositi, e di avere tutte le garanzie del mondo. La linea sembra: meglio pensare però a grandi città per raggiungere un vasto pubblico e non ricchi privilegiati. Salvo una considerazione: solo musei mondialmente conosciuti possono esportare il loro nome, il «logo», e in Italia nessuna collezione tranne gli Uffizi avrebbe i titoli per candidarsi. «Il Louvre viene terzo dopo il Guggenheim e l'Hermitage - ricorda Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino e quindi anche degli Uffizi -. Finora non abbiamo avuto sollecitazioni, ma in condizioni di sicurezza e di supporto finanziario, perché no? Già mandiamo in sei musei americani minori mostre che portano il nome del Polo museale. Un'altra strada potrebbe essere aprire una piccola succursale con esposizioni a lungo termine ma in città come Parigi e Londra. I depositi degli Uffizi o di musei come Pitti lo renderebbero sostenibile. Piuttosto mi domando l'efficacia. Vero è che una nuova copia in bronzo del David inviata in Cina là ha avuto un'eco mediatica notevole». «Immagino che nel Golfo persico non potranno mandare i nudi di Ingres - riflette l'economista Paolo Leon -. Al di là di questo, il Louvre è l'emblema della centralizzazione francese che ha strappato le opere al posto d'origine per cui l'iniziativa non fa a pugni con la loro storia accentratrice. Ma per noi sarebbe completamente diverso, perché abbiamo una rete diffusissima di musei legati ai tenitori. E allora se dobbiamo esportare arte per guadagnare dovremmo puntare su quella moderna e contemporanea: è l'unica indifferente al luogo». Ed esportare il logo? «È legittimo per aumentare le entrate dei musei o dei siti aree archeologici, purché non li stravolga: ad esempio Pompei avrà un centinaio fontanelle con il putto e, se le mandasse in giro per 10 anni in una mostra itinerante con il logo, immagino non farebbe danni». Proprio da Pompei interviene il soprintendente, l'archeologo Pier Giovanni Guzzo: «Il Louvre ha un suo appeal indiscutibile e storicizzato, il logo ne è il prodotto e ad Abu Dhabi vende il logo come fa Benetton nel franchising. A parte gli scherzi, noi abbiamo depositato legalmente un nostro logo come soprintendenza, lo usiamo nei nostri prodotti e lo abbiamo in concessione con una cantina che produce il vino Villa dei misteri. Piuttosto sarà interessante capire, ma succederà credo tra una ventina d'anni, cosa avranno fruttato iniziative del genere dal punto di vista culturale nei paesi ospitanti. E mi piacerebbe sapere cosa potrà esporre il Louvre in un paese arabo». Anche Angelo Bottini, soprintendente all'archeologia dello Stato a Roma (ovvero di monumenti come il Colosseo, i Fori imperiali...) è pragmatico: «In ogni epoca la politica ha usato l'arte perciò non mi sorprendo. Né mi scandalizzano, con le dovute garanzie, i prestiti a lungo termine, soprattutto di reperti archeologici perché abbondano, e anzi già lo facciamo con la Cina e con gli Stati Uniti; posso immaginare una succursale se viene preservata la destinazione pubblica, magari in una glande città come Stoccolma sarebbe un caposaldo culturale a vantaggio nostro e della comunità locale, perciò capisco le critiche francesi su Abu Dhabi, dove si rischia un godimento pubblico limitato; ma comprendo anche le ragioni del Louvre, il bisogno di fare cassa, perché oggi tutte le strutture culturali richiedono finanziamenti». Per l'Italia Bottini vede l'ostacolo, piuttosto, nel nome: «Tranne forse gli Uffizi, l'Italia non ha un marchio dall'individualità forte e internazionale come il Louvre o l'Hermitage». Neppure Giuseppe Proietti, archeologo e segretario generale del ministero dei beni culturali, inorridisce: «Facciamo prestiti anche di lunga durata, in anni recentissimi soprattutto con grandi musei americani come il Metropolitan, come scambio per recuperare pezzi importanti usciti dall'Italia in maniera non del tutto lecita». Ma un'appendice estera di una raccolta pubblica è altra storia. Come la vede? «Non vedo perché no. Purché non si chiudano sezioni o sale di un museo». «I francesi sono bravi a valorizzare quel che hanno, due formaggi in mano loro sembrano diecimila, invece noi non sapremmo vendere l'arte nemmeno se fosse petrolio, non siamo mai stati gran che nel marketing, è un problema di mentalità italiana - conclude Roberto Gorla, pubblicitario che ha collaborato con l'Unità e quindi non scambiatelo per un berlusconiano -. E questa del Louvre ad Abu Dhabi a me pare una buona idea».
Anche gli italiani lo fanno. Ma con giudizio
Il direttore del Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, sostiene che l'esportazione di arte da musei italiani come il Louvre d'Arabia potrebbe essere un'opportunità per raggiungere un vasto pubblico, ma solo se si rispettano alcuni requisiti, come non snaturare collezioni e non svuotare sale di musei. Acidini suggerisce di aprire una piccola succursale con esposizioni a lungo termine in città come Parigi e Londra. L'economista Paolo Leon sottolinea che il Louvre è un emblema della centralizzazione francese e che l'iniziativa non fa a pugni con la storia accentratrice.
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