La Conferma della Cassazione. Il rogo resta senza mandanti ROMA - La Cassazione ha assolto definitivamente Ferdinando Pinto dall'accusa di avere organizzato l'incendio del teatro Petruzzelli insieme con il boss di Bari vecchia Antonio Capriati, con il presunto cassiere del clan Capriati, Vito Martiradonna, e con la collaborazione del custode del teatro, Giuseppe Tisci, tutti assolti pure loro. Confermata la sentenza della Corte di appello di Bari (presidente Salvatore Paracampo), che il 14 luglio 2005, un anno e mezzo fa, stabilì che i quattro imputati «non avevano commesso il fatto». La Suprema Corte conferma anche l'unica condanna, quella di Giuseppe Mesto, come esecutore materiale del rogo, a quattro anni e due mesi di reclusione. Mesto, 54 anni, ritornerà in carcere nei prossimi giorni? È possibile: era stato arrestato a ottobre del 1994 e scarcerato qualche settimana dopo. È stato condannato a pagare le spese processuali alle parti civili, il Comune di Bari (rappresentato dall'avvocato Giuseppe Spagnolo) e le proprietarie del teatro, le eredi Messeni Nemagna (difese dagli avvocati Ascanio Amenduni e Francesco Paolo Sisto). L'altro esecutore materiale, per la Giustizia, è Francesco Lepore, 44 anni, condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione, con sentenza da tempo definitiva: fu processato a parte, perché la sua posizione venne stralciata dal processo principale per motivi procedurali. Insomma, hanno un volto gli incendiari (Mesto e Lepore), non i mandanti. E non lo avranno mai, a meno di sorprese improbabili. La Legge ha risposto solo parzialmente alla domanda dei cittadini innamorati del Petruzzelli, della musica, dell'arte, che - crediamo, in molti - da 16 anni attendevano di sapere chi fece distruggere il teatro il 27 ottobre 1991. Per Pinto, Capriati, Martiradonna e Tisci la graticola giudiziaria è finita. La prima sezione penale della Cassazione (presidente Paolo Bardovagni, relatore Giovanni Silvestri) boccia la tesi della Procura generale presso la Corte di appello di Bari (che a marzo scorso aveva impugnato il verdetto assolutorio provvisorio) e, prima ancora, quella della Procura della Repubblica presso il Tribunale, che incriminò formalmente gli imputati nel lontano 1995, dodici anni fa. Quella tesi «colpevolista» fu condivisa dal Tribunale prima, dalla Corte di appello poi, ma non dalla quinta sezione penale della stessa Cassazione, che nel 2002 annullò le condanne e ordinò un nuovo processo di appello (quello delle assoluzioni). L'udienza romana mostra la «direzione» assolutoria fin dalle prime battute. Il sostituto procuratore generale Gianfranco Ciani scopre subito le carte: «L'impostazione del procuratore generale di Bari non è condivisibile. Dall'istruttoria dibattimentale e dalle indagini emergono elementi a favore dell'accusa ma non sono affatto solidi. Il presunto prestito usurario concesso dal clan Capriati a Pinto - taglia corto il pg romano - non ha alcun fondamento probatorio». In altre parole, il cardine del presunto movente (distruggere il teatro per poi lucrare sulla ricostruzione e contemporaneamente restituire i soldi al gruppo malavitoso) non regge affatto e quindi, per il dottor Ciani, va confermata la sentenza assolutoria, tranne che per Mesto. Come dire: un «bravo» al collegio presieduto dal dottor Paracampo e composto anche da Michele Tarantino, estensore della sentenza del 2005, e Raffaele Di Venosa. Anzi, il pg della Cassazione vuole allontanare anche l'ultima nube possibile dall'orizzonte del lunghissimo processo: «La sentenza di appello, solo nella motivazione, non nel dispositivo, definisce infondata l'accusa di usura, contestata a Capriati e Martiradonna. Occorre colmare il vuoto e quindi - conclude -chiedo di riformare il verdetto solo su questo punto». I giudici condividono e al momento del verdetto chiariscono che l'accusa di usura, cioè il prestito usurario, «non sussiste». Appunto. L'udienza è lunga. Dopo il pg, la parola passa all'avvocato Amenduni, legale di tre quarti della proprietà. Quindi all'avvocato Sisto, difensore di parte civile del restante quarto, poi a Spagnolo, legale del Comune. I Messeni puntano a ottenere il risarcimento dei danni morali: quelli patrimoniali sono stati già consacrati in una sentenza civile definitiva che condanna l'ex gestore a pagare loro 52 miliardi di lire. Ma la premessa necessaria per il riconoscimento del «danno morale» è la condanna degli imputati. Che non arriva. Dopo la pausa pranzo, intervengono gli avvocati Michele Laforgia e Alfredo Gaito per Pinto, Giancarlo Chiariello per Martiradonna, Saverio De Fronzo per l'ex custode Tisci, Aricò e Vincenzo De Michele per Mesto. Le arringhe degli ultimi due legali sono appassionate, lucidissime, documentate, ma al loro assistito viene confermata la condanna a quattro anni e due mesi di reclusione. A inchiodarlo la intercettazione di una conversazione con Lepore, l'altro presunto incendiario condannato con sentenza irrevocabile: «Se tu non lo facevi il Petruzzelli...», si dicono i due a ottobre 1994. Per la pubblica accusa, Mesto e Lepore erano professionisti di incendi. E Lepore è stato condannato con sentenza definitiva anche per l'omicidio di un teste di accusa, il benzinaio Giovanni Lopiano (gennaio 1997). Ma chi li ingaggiò per quella terribile operazione, per quello sfregio orrendo, alla città e all'Italia? Non si saprà mai. Mai, Michele Laforgia, esperto penalista 45enne, commenta il verdetto, ottenuto dopo 12 anni di grande impegno professionale, anche se bisogna dire che fu l'avvocato Michele De Pascale a ottenere la scarcerazione di Pinto, nell'estate del 1993: «Come avvocato, sono soddisfatto - spiega Laforgia -. Come cittadino, no, perché non sono stati individuati gli autori di una ferita così profonda nella storia della città». Ascanio Amenduni, legale della proprietà del monumento: «Non faccio commenti. Prima voglio leggere le motivazioni».
Pinto assolto definitivamente
La Cassazione ha assolto definitivamente Ferdinando Pinto, Antonio Capriati, Vito Martiradonna e Giuseppe Tisci dall'accusa di aver organizzato l'incendio del teatro Petruzzelli a Bari nel 1991. La sentenza conferma anche la condanna di Giuseppe Mesto, l'altro esecutore materiale del rogo, a quattro anni e due mesi di reclusione. La Corte di Cassazione ha annullato le condanne dei quattro imputati e ha confermato la sentenza assolutoria provvisoria del 2005. La Procura generale presso la Corte di appello di Bari aveva impugnato la sentenza assolutoria, ma la Cassazione ha bocciato la tesi colpevolista.
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