Sono da poco apparsi tre libri che, in completa diversità di approccio, si riferiscono ai monumenti del passato: ruderi o rovine, oppure anche documenti di un'antica attività dell'uomo. Da un lato abbiamo una raccolta ragionata di fotografie dall'archivio Alinari, che Vincent Jolivet ha curato per l'editore Gallimard; dall'altro c'è l'edizione degli atti di un convegno del Centro della filosofia italiana intitolato Semantica delle rovine a cura di Giuseppe Tortora; e, infine, Andreina Ricci che scrive un denso libretto Attorno alla nuda pietra. Archeologia e città tra identità e progetto. Nulla, se non lontanamente l'oggetto, permetterebbe di accostare fra loro i tre volumi. Il primo potrebbe essere considerato un esercizio di ricerca archivistica; il secondo una collana di astratte riflessioni, nelle quali passato e presente si intrecciano; il terzo una declamazione teorica riservata agli addetti ai lavori. Ma, a ben riflettere e dopo solo una rapida scorsa ai rispettivi contenuti, appare che ben più profonde ragioni siano state presenti a tutti quegli autori. Intanto i "filosofi", ma non solo, che hanno riflettuto sulle rovine contribuiscono a porre all'interno del sistema logico-speculativo l'argomento del passato: nel suo risvolto materiale ed in quello ideale. Seppure un obiettivo del genere possa sembrare riservato ai filosofi di professione (quelli dei quali non tutti avvertono la necessità che esistano), occorrerà invece ribadire l'assoluta esigenza di possedere un sistema teorico, elaborato secondo le regole della logica, all'interno del quale trovino sistematizzazione le realtà apparenti e le riflessioni conseguenti. In quanto non si può negare che, nell'oggi, sopravvivano le rovine di ieri: e queste, di necessità, debbono essere sistematizzate nel pensiero comune. Che poi una tale sistematizzazione porti al loro rifiuto, oppure alla loro utilizzazione nel presente appare secondario. Ogni atto di volontà, così come per l'appunto sono sia il rifiuto sia l'accettazione, va motivato e situato all'interno di un sistema logico. A pena che solo l'emozione e l'istinto servano da guida al nostro agire. Che le rovine, più o meno allo stato di rudere, oppure ancora maestose pur se prive di qualche parte loro originaria oppure piegate a usi altri rispetto a quelli per i quali furono erette, facciano parte componente, e non secondaria, del paesaggio italiano lo evidenzia Vincent Jolivet. La sua attenta ricerca negli archivi Alinari ci restituisce la possibilità di un viaggio da Aosta all'estrema Sicilia: e non fatto solamente dalle città d'arte. Archi, terme, templi, porte di antiche città ci raccontano, e ci fanno vedere, di come era fatto il nostro Paese ai tempi dei Greci, degli Etruschi, dei Romani. E l'ambientazione di fine Ottocento ci fa misurare la distanza fra allora ed oggi. Il poco più di un secolo che è trascorso da quando quelle lastre sono state impressionate ha modificato il paesaggio che fa, e faceva, da quadro alle rovine. Ma chi avesse la pazienza di confrontare queste fotografie ottocentesche con la situazione odierna verificherebbe, sì il cambiamento, ma non potrebbe non stupirsi di come quelle rovine siano ancora del tutto simili a quelle che erano allora. Grazie alla cura che gli uomini hanno posto, finora, nel conservarle, così come non hanno fatto per il paesaggio, oppure solamente grazie alla loro secolare possanza? Il dilemma sarebbe legittimo se non ci soccorressero le speculazioni dei filosofi: quelle rovine hanno ormai guadagnato un valore, e pertanto l'uomo moderno si è industriato per conservarle, quanto dignitosamente è stato possibile. Se i monumenti antichi hanno quindi assunto un significato che è valso loro, finora, la fatica e la spesa della manutenzione, colpisce ancor di più come del paesaggio tradizionale nessuno si sia preso cura. Tanto che quelle rovine, un secolo fa ariosamente dominanti, sono oggi assediate ed insidiate, ridotte a se stesse, giganti stranieri circondati da nani vocianti. E qui ci aiuta Andreina Ricci: la quale, da archeologo professionista, sente ancora, chiaro e forte, il messaggio di storia, di cultura, di arte che le rovine emettono. Ma la sua sensibilità di persona, direi di cittadino, che vive nel presente la avverte che sono sempre di meno coloro che tale messaggio sono in grado di recepire, e poi di intendere, apprezzare e condividere. In tale deriva, il futuro della conservazione dei nostri monumenti antichi si fa sempre più incerto: in quanto tra passato e presente la separazione temporale, ovvia in sé, si trasforma in estraneità, quando non in avversione. Il compito da svolgere per tentare di colmare una tale lacuna di comprensione non può essere svolto da un'unica categoria: occorre un tenace e coordinato lavoro comune. In quanto gli antichi monumenti rivestono numerosi aspetti di interesse. Fra questi, però, quello di essere posti in un territorio, in un contesto che accoglie anche altri e diversi segni dell'attività umana, riveste un interesse particolare. Il valore della contestualità, intesa nella maniera più completa possibile della diacronia storica e della trasversalità culturale, ricollega le riflessioni della Ricci a quelle dei filosofi: e si evidenzia, ad occhio nudo direi, nelle fotografia raccolte da Jolivet. Le funzionalità originarie dei monumenti sono irrimediabilmente perdute: da quando furono abbandonati sono serviti a mille scopi diversi, pratici ma anche ideologici. Oggi hanno perduto ogni potenzialità? Oggi sono solamente un intralcio da svellere per dar luogo a più funzionali bisogni? Eppure, basterebbe considerare l'importanza economica derivante dal turismo culturale per convincersi del contrario. Ma, grazie alla consueta furbizia italica, mentre si curano settori ben individuati, così da richiamarvi visitatori dai quattro angoli della terra, si lascia nell'incuria la moltitudine di altri monumenti antichi che hanno il solo torto di non esser situati a Venezia, Firenze, Roma e Pompei. L'esperienza ci insegna che di una stoffa ricamata si conservano più a lungo i ricami che la trama continua che la compone. Ma quando quest'ultima raggiunge la consunzione, anche i ricami superstiti si sfilacciano e svaniscono. Non vorremmo che noi, o al massimo i nostri figli fra qualche decennio, fossimo ridotti solo a guardare vecchie foto per ricordare i monumenti antichi ormai distrutti, o a riflettere sulla loro memoria, o ancora a deprecare che, pur avvertiti, non siamo stati in grado di agire.