Mentre a Firenze nasce il Museo Nazionale della Fotografia, legato al nome dei Fratelli Alinari, e in Lombardia sono già attivi da qualche anno «Forma», il Cento Internazionale di Fotografia di Milano e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo che ospita una biblioteca specializzata e conserva un archivio con oltre un milione di fotografie, Roma non ha ancora un luogo destinato esclusivamente alla conservazione, allo studio e alla valorizzazione della più giovane fra le arti figurative. E proprio questa assenza spiega perché finora, a parte rare eccezioni, sia stata dedicata così poca attenzione a far conoscere l'opera dei grandi fotografi attivi nella capitale dall'Ottocento ai giorni nostri. Un caso esemplare è rappresentato dai Vasari, una dinastia di fotografi originaria di Arezzo ma attiva a Roma fin dal 1870. Oggi il loro nome risulta senz'altro meno familiare al grande pubblico di quello degli Alinari, eppure chiunque si sia occupato di arte o di architettura italiana del Novecento si è imbattuto nelle loro fotografie. I Vasari, infatti, erano assai richiesti da artisti, architetti e collezionisti d'arte, i quali gli affidavano la documentazione fotografica delle loro opere. Inoltre sono stati autori di memorabili reportage che hanno registrato con efficacia i grandi mutamenti del volto di Roma, ritraendo architetture e monumenti storici quasi sempre deserti. Infatti per essere sicuri che nessuna presenza entrasse a turbare il rigore metafisico dell'immagine, che allora si voleva assolutamente fuori dal tempo, i Vasari andavano a fotografare la domenica, nei giorni di festa, rinunciando perfino al pranzo di Natale pur di approfittare delle ore in cui per strada non c'è nessuno. Non è certo se discendessero dal celebre Giorgio Vasari, comunque ad Arezzo erano fonditori d'arte, ma quando scoppiò il boom della fotografia, Cesare Vasari (1846-1901) si appassionò talmente alla nuova arte, da lasciare tutto per trasferirsi a Roma, dove si specializzò nelle vedute archeologiche. E con lui che si inaugura l'attività romana dei Vasari, i quali sono stati per molti anni anche fotografi ufficiali della Casa Reale e dell'Accademia di Francia. il nipote di Cesare, Alessandro Vasari (1866-1929), ha lasciato invece una preziosa testimonianza della Roma umbertina, mente suo figlio, Tommaso (1894-1971), ha immortalato Roma dagli anni Trenta ai Sessanta, lavorando fra l'alto per gli architetti Luigi Moretti e Pier Luigi Nervi e per artisti del calibro di De Chirico. «Nonno Tommaso - racconta il nipote Andrea - aveva il laboratorio fotografico in via della Croce. E' qui che si trovava l'archivio, dove le lastre in vetro erano conservate entro grandi scatole di cartone su ampie scaffalature, Durante la seconda guerra mondiale il nonno buttò nel Tevere buona parte di queste lastre, per ricavare nel laboratorio lo spazio sufficiente a creare una stanza segreta, dove tenne nascosti alcuni amici ebrei». A Tommaso succede nell'attività Giorgio, con i suoi figli Alessandro, Andrea e Francesco, tuttora operanti nel campo della fotografia d'arte, di architettura, industriale e pubblicitaria. Oltretutto molti dei fotografi che a Roma ancor oggi lavorano nel settore dell'arte sono usciti dalla scuola di Tommaso o di Giorgio Vasari. Nel 1982 l'enorme patrimonio di immagini che costituiva il fondo Vasari è stato in parte acquistato dallo Stato, ed è conservato a Roma presso l'istituto Nazionale per la Grafica (5024 lastre di vario formato restaurate e catalogate) e in parte è confluito, sempre per acquisto, nelle collezioni del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell'Università dì Parma. Fondato da Arturo Carlo Quintavalle, il CSAC conserva ben 350 mila lastre dello Studio Vasari dal 1910 fino agli anni Sessanta. Tra i nuclei schedari figurano quelli dello Studio Nervi Bartoli, dell'architetto Luigi Moretti, e dello scultore Ettore Ximenes, ma la catalogazione è ancora in corso. Presso la famiglia, comunque, si conserva ancora una parte rilevante di immagini: «Il mio archivio - spiega Andrea Vasari - conta circa 35 mila tra lastre in vetro, negative bianco e nero, negative colore, fotocolor, diapositive, in pratica c'è tutta la storia del supporti utilizzati nella fotografia dalla fine dell'Ottocento in poi. Il nucleo più cospicuo, però, è composto da foto scattate dagli anni Cinquanta ai Settanta. E' relativo soprattutto all'edilizia commerciale, perché era l'epoca del boom economico, degli architetti-ingegneri. Ho, per esempio, le foto che documentano le fasi della costruzione del Ponte Pietro Nenni progettato da Luigi Moretti. Anche l'archeologia industriale è documentata. Ho le foto dello stabilimento della Birreria Wührer che stava a San Lorenzo e della fabbrica di armi I.C.E.A., nella zona del Laurentino. C'è poi anche un fondo A.N.A.S., con un centinaio di lastre degli anni Trenta che illustrano tratti stradali, con le case cantoniere e le famiglie che le abitavano. Inoltre ho ancora diverse macchine fotografiche, cavalletti, e obiettivi d'epoca". Stupisce, dunque, che nonostante l'importanza dei Vasari, l'unica mostra monografica dedicata alla loro attività sia stata quella allestita a Roma nel 1991, negli spazi della Biblioteca Vallicelliana, organizzata dallo storico della fotografia Alberto Manodori. Resta quindi da sperare che l'auspicata nascita di una Casa della Fotografia a Roma, possa porre rimedio a questa ed ad altre analoghe situazioni di oblio.