Cara Europa, come meridionale mi sarei aspettato qualche accenno al turismo nel Mezzogiorno da parte del conclave di governo riunito a Caserta. Capisco che non si poteva né si voleva parlare dell'universo mondo, ma qui tutti pensiamo che il turismo sarebbe una chiave di rinascita del Mezzogiomo, e quindi di sviluppo del paese; benché siamo consapevoli che fra degrado mafioso, sporcizia, inadeguatezza di infrastrutture e di recettività, siamo poco competitivi. Dobbiamo rinunciare a sperare? Demetrio di Nola, Salerno Risponde Federico Orlando Caro Di Nola, andiamo con ordine e distinguiamo: finanziamento della politica infrastrutturale per il Mezzogiorno, con il sostanziale aiuto di fondi europei, e arretratezza strutturale di un turismo ormai quasi fuori mercato, qual è stato descritto dalla stampa, ancora in questi giorni, quello del Sud. A Caserta il consiglio dei ministri, seguito al conclave, ha approvato il programma di risanamento e sviluppo settennale di 123 miliardi di euro. Troverà notizie precise in altra pagina di Europa. Intanto si conferma più che mai necessario e sincero quel che Rutelli ha detto qualche giorno fa in replica a Loiero: «Tu lavora per la Calabria, il governo farà la sua parte». Un lavoro e una parte non facili, per il degrado mafioso di alcuni dei meridionali e per la tolleranza o la rassegnazione della maggioranza dei meridionali stessi a lasciarsi prevaricare dai conterranei fuorilegge e dai governi. Ha visto le contestazioni organizzate dagli squadristi di Forza Italia contro l'arrivo di Prodi a Caserta? Mi sa dire cos'hanno avuto i meridionali, compresi quegli squadristi, nei cinque anni di governo Berlusconi, salvo la rassicurazione del ministro Lunardi che con la mafia bisogna convivere? E veniamo al turismo, che ormai vede il Sud tagliato fuori dalle correnti estere, tranne le solite aree: golfo di Napoli e costiera amalfitana, Taormina, Palermo-Monreale, forse Lecce-Valle d'Itria. È una vecchia storia. Ma a distanza di tre secoli da quando i primi viaggiatori-letterati europei descrissero il Mezzogiorno «un paradiso abitato da diavoli», un quotidiano di Roma traduce così quel tragico giudizi sul turismo in Calabria, «naturalmente, ha un peso enorme la criminalità che, oltre al pizzo, impone ad alberghi e villaggi turistici l'assunzione di personale o le ditte di fornitori, di qualità spesso scadente, proprio per lucrare di più». È il regalino finale al turista che arriva fin laggiù dopo aver affrontato la via crucis Salerno-Reggio Calabria, o i 60 chilometri in corriera sul sentiero di guerra che unisce l'aeroporto di Lamezia Terme a Tropea, la mancanza di porti turistici, i depuratori che inquinano il mare. La Doxa scopre che igiene urbana, microcriminalità e rapporto qualità-prezzo sono i maggiori vizi capitali che i pochi stranieri che vengono nel Sud gli contestano. Qualche sera fa, in un'intervista fiorentina con Giovanni Floris, il vice presidente del consiglio e ministro della cultura Rutelli illustrava i suoi programmi di penetrazione del turismo internazionale e nazionale nella cosiddetta "Italia minore"; e si domandava: «Ma perché minore? Davvero è minore l'Italia di Piero della Francesca, dove è in preparazione per fine marzo la grande mostra tra Arezzo e San Sepolcro?». Mi chiedo: quante Italie "minori" non solo al Nord e al Centro, ma anche al Sud, le stesse regioni potrebbero scoprire, invece di costruire rappresentanze faraoniche all'estero per improbabili governatori faraoni?