Il palazzo del quindicesimo secolo, in via Leoni, è inagibile. L'Ulss, dopo un sopralluogo, ha consigliato interventi di pulizia L'edificio è abbandonato da anni e invaso da erbacce, topi e colombi Nei sotterranei si trovano cantine in cotto a volte altissime che occupano tutta la superficie per un volume di 14 mila metri Fu sede degli assessorati al patrimonio, ecologia, caccia e pesca, protezione della fauna e della polizia nonché sede d'esame per gli aspiranti cacciatori L'ente proprietario aveva effettuato disinfestazioni, ma vennero comunque rinvenute carcasse di piccioni, guano e accumuli di rifiuti vari Una bomba batteriologica in pieno centro. Un vasto edificio antico, abbandonato per un lustro alle pantegane, ai colombi, alle erbacce con, nei cortili, vere montagna di scartafacci, faldoni, intieri archivi e casse di medaglie, diplomi, attestati in bianco, moduli per licenze di caccia, verbali di contravvenzioni venatorie, ricorsi, contenziosi, ispezioni, sopralluoghi, autorizzazioni ecologiche, fotografie, libri ed edizioni rare editi dall'ente proprietario: l'amministrazione provinciale. Tutto alle intemperie, tutto sotto uno spesso strato di guano con sparsi, carcasse di piccioni e di topi, anche di due gatti, evidentemente non all'altezza dei roditori. Tutto sbarrato sulla carta in via Leoni 10, a palazzo Boldiero-Malaspina-Bottagisio, XV secolo, trifore e monofore leggiadre sopra il portale della Rinascenza, atrio puntellato ab immemori reggente il primo piano, evidenti tracce di affreschi (dal 1300 in poi) in una miriade su tre piani di saloni, sale, salette e vani comunicanti per scalette anguste ed un augusto scalone di tufo con statue, atrio un tempo usato come garage più un doppio cortile con alberi di fico e pergolato di kiwi ora selvaggiamente diffusisi coi polloni fino a toccare il suolo. Come ogni edificio d'alta epoca che si rispetti, quello, già sede degli assessorati patrimonio, caccia, pesca e protezione della fauna più quello all'ecologia, della polizia provinciale, della sede d'esame per gli aspiranti cacciatori - ora trasferiti in via delle Franceschine ed in via San Giacomo - ha cantine in cotto vaste tutta la sua superfici, altissime, sanissime, per un totale di circa 14 mila metri cubi su 2.600 metri quadrati, delimitati da stradone San Fermo, via Leoni ed altri isolati contigui su via leoncino e via Frangini. Tutto chiuso, dimenticato? Ma va là. Lo usavano ancora come parcheggio i dipendenti che venivano in centro, vi si avventuravano torme di sprovvedute impiegate disperate a cercare una pratica (scartabellando in cortile fra cataste di carte, dove dovevano arrampicarsi), coglieva l'attimo qualche cittadino per un bisogno improvviso, anche qualche cultore d'arte che ne usciva coi capelli dritti per tanto scempio ed abbandono. L'edificio provinciale, solo esternamente magniloquente, già dalla scorsa giunta insediata alla loggia di Frà Giocondo, era stato posto in vendita, come e a chi non si è mai saputo, si parlava di un'asta (come per l'isolato Dante di piazza dei Signori) a partire da cinque milioni e mezzo di euro. Ma anch'esso è finito nel porto delle nebbie di tante pubbliche proprietà scaligere che ne comprende ormai una dozzina (e non si dimentichi il parco e la villa Pullè del Chievo persi in tribunale dal Comune contro l'Inps). Tutto fermo in attesa di che? Una mossa, un albergo a tante stelle, un polo bancario. Nessuno si è posto il patema dei dieci musei che mancano a Verona, o almeno di un uso pubblico del bene, sociale, tipo una cantina quale si voleva un tempo fare nei sotterranei: enoteca provinciale veronese, un biglietto da visita da delibare, prèt a porter. Massimo disinteresse anche quando, per una perdita d'acqua, la proprietà venne sollecitata. Con molta calma, venne, aggiustò e lasciò la luce del primo piano accesa per sei mesi, sì che un turista vedendola filtrare tra le persiane nella notte poteva pensare: «Però, anche a quest'ora lavorano». Ma come funziona a Verona la tutela dell'igiene edilizia? Il 9 luglio 2004 un cronista voleva verificare la situazione. Scrisse ai Palazzi Scaligeri che gli risposero solleciti comunicando costernati «l'impossibilità dell'accesso a terzi data l'inagibilità statica e l'insicurezza conseguente». Intanto vedeva proseguire la processione di veicoli e persone col portone spesso aperto. Ne approfittò, turandosi il naso e ispezionando il tutto, senza toccare uno spillo: i pericoli erano inesistenti (tuttora non ci sono stati crolli di sorta): il 16 dicembre del 2005 fece un esposto al Centro di Responsabilità ambiente del Comune, visto che il fortore si avvertiva anche all'esterno. Da quell'ufficio, dopo il secondo esposto, partì la segnalazione al dottor Francesco Ferrarini, direttore del servizio veterinario multizonale dell'Ulss 20 e, da questi, al servizio di igiene e sanità pubblica di via Salvo d'Acquisto che la trasmise alla dottoressa Lucia De Noni, responsabile dell'ufficio igiene edilizia delle strutture ad uso collettivo che agisce sulla base delle regole stabilite dai regolamenti comunali. Iniziò il tango burocratico ma, a prescindere, gli archivi pubblici non sono sottoposti al parere della Soprintendenza nazionale libraria? Si chiese un sopralluogo congiunto, il 21 settembre 2006, al servizio gestione del patrimonio della provincia. Lo si sollecitò. All'appuntamento, per due volte, non si presentò nessuno con le chiavi (serratura appena cambiata, portone sbarrato, finalmente). E oplà! Quando il 4 ottobre scorso l'incaricato della dottoressa De Noni, signor Massimo Alberini, ebbe finalmente accesso, non c'era più una cartina in cortile, tutto era stato pulito dagli «effetti cartacei» da tempo ma, nel frattempo, dice il verbale: «Vi sono accumuli, in quantità, di escrementi e una decina di carcasse di piccioni in decomposizione. Il signor Amadori dell'ente proprietario, riferisce che in maggio sono state effettuate accurate pulizie e la completa disinfezione. Ciò che si consiglia di ripetere apponendo una rete per i volatili». Tormentone concluso? Mica tanto. Scrive l'ingegner Riccardo Castegini, dirigente coordinatore dell'area, da piazza Dante all'Ussl 20. «Provvederemo nuovamente, compatibilmente con il reperimento delle adeguate risorse ma, se dipendesse dall'amministrazione provinciale, l'inconveniente lamentato non sussisterebbe, dal momento che l'immobile avrebbe già dovuto essere venduto. L'Ulss è proprietaria di due porzioni del palazzo, a piano terra, per le quali stiamo ancora attendendo una formale vostra accettazione di permuta, quindi, in linea teorica, l'onere relativo alla sanificazione dell'edificio, dovrebbe in parte essere da voi assunto». All'Ulss non se ne ricordavano, i frazionamenti non sono mai stati fatti ed è scomparso l'atto che riconosce all'azienda la titolarità di parte del fabbricato. Vuoi vedere che la bomba batteriologica «lustrale» di via Leoni era colpa dell'Ulss?