Dunque, il via. Giuliano Urbani, ministro dei beni culturali, ha detto sì, senza dubbi o ripensamenti. Il David di Michelangelo sarà pulito, i lavori riprenderemo il 16 settembre, chiusura prevista nella primavera dell'anno prossimo, 500 compleanno della statua più famosa al mondo. Scartato il metodo «a secco», che prevedeva pelli di daino, gomme e pennelli, verrà adottato quello definito «ad acqua» e che prevede impacchi di cellulosa impregnata di acqua bidistillata, caldeggiato dal soprintendente al polo museale fiorentino Antonio Paolucci. Il ministro, studiato il dossier speditegli da Paolucci, ha dichiarato: «Ho piena fiducia nel suo operato». Non una parola, purtroppo, sui rovelli di chi sospetta rischioso l'intervento: a lui si erano rivolti 50 critici e studiosi d'arte italiani e stranieri fra cui Carlo Pedretti, Paola Barocchi, Mina Gregori e James Beck, docente alla Columbia University di New York. Che raccomanda: «Il ministro dice che si può andare avanti soltanto con l'uso di impacchi imbevuti da acqua bidistillata, insomma non è previsto l'uso di solventi». Ecco, il nodo: i solventi, conferma il professor Enzo Settesoldi, 74, «fiorentino nato e sputato», già archivista dell'Opera del Duomo e per 15 anni responsabile del Museo dell'Opera. «La prima cosa da dire è che, se si tratta di una pulitura semplice, non al di là di una spolveratura, non c'è nessun problema. Ma quando si cominciano a fare impacchi e cose strane, diciamo che la materia può cambiare». Per cose strane intende solventi? «Io voglio sperare che non si parli di solventi, perché sarebbe il colmo: però oggi non c'è più da meravigliarsi di niente. E allora, come è successo per altre statue ripulite, ma ripulite in una maniera troppo drastica, questo porterebbe a un cambiamento, non della struttura, che è sempre quella, ma alla perdita della patinatura. E perché, poi, la deve perdere?» In che senso? «Prendiamo il monumento a Ilaria del Carretto. Dopo il restauro Beck mi chiese di andare a vederlo, tornato gli dissi: "Senti, io non gli ho visto le mutande, alla povera Ilaria, proprio perché non l'ho volute vedere, ma l'hanno strofinata troppo, troppo leccata". Ora, lo stesso discorso non vorrei avvenisse per il povero David, che io ho visto centomila volte, l'ultima sarà 7 o 8 anni fa. Portai degli amici americani, se non gli dicevo: "Guardate che bisogna andare via", erano ancora lì col naso in su. Insomma, un capolavoro, che quasi ho visto nascere». Ma, professore, lei è così vecchio? «Nel senso che è stato scolpito nel cortile del Museo dell'Opera del Duomo. Per portarlo fuori dovettero rompere l'arco della porta altrimenti, siccome lo portarono via ritto, non passava. E i ragazzi, prezzolati, pagati dai Medici, lo prendevano a sassate lungo la strada perché il David, voluto dalla Repubblica, è emblema della libertà, dei popoli liberi: e ai Medici, questo è rimasto sullo stomaco. Ecco, allora, che i miei dubbi sono sulle misure che intendono adottare. Epppi, potevano benissimo fare una commissione, chiamare qualcuno. E non voglio dire il sottoscritto». I problemi, si sa, sono come le ciliegie: uno tira l'altro. Così salta fuori che all'Accademia, dove è sistemato, il luogo sarebbe, come dire?, punitivo per la statua. «Non è il suo posto, non dovrebbe essere lì, dovrebbe averne uno molto più grande. Perché all'Accademia uno lo guarda ma deve stare sempre col naso in su, invece avesse più spazio intorno, si vedrebbe molto meglio. Io gli creerei uno spazio ad hoc». Sulla collocazione interviene pure l'architetto Fernando De Simone, di Padova, co-progettista del gruppo norvegese di costruttori del tunnel stradale di Lerdal, il più lungo del mondo, critico attento del restauro della Cappella degli Scrovegni. «È una statua concepita per essere guardata dall'alto: così potevano vederla i fiorentini quando venne posta davanti a Palazzo Vecchio. E così dovremmo poterla vedere noi». E cita il paragrafo di «Arte, fare e vedere» nel quale Carlo Ludovico Ragghianti accenna al «David messo a far da perno di un tempietto circolare e di un cupolino ottocentesco d'imitazione, per cui per una visione più giusta e corrispondente all'originale occorre andare a vedere la copia moderna del David sulla "ringhiera" della Piazza della Signoria». Ecco, dunque, il via.